Ridere senza mordere. La corsa agli Oscar del favorito “Una battaglia dopo l’altra”

“Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, volenti o nolenti, è il film dell’anno. Tratto da Vineland di Thomas Pynchon, il film trasporta l’ambientazione dall’era Reagan agli Stati Uniti trumpiani, inventando una satira d’azione di grande impatto. Un affresco ben fatto, con cui il regista tenta il salto verso gli Oscar, ma a cui manca la costruzione di una prospettiva…

 

Chissà come ricorderemo Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson tra un anno o due. Se sarà l’ottovolante finale nel mezzo del deserto a rimanere nella nostra testa o invece lo spettro della guerra civile, talmente evidente da anni negli Stati Uniti che nemmeno si può parlare di lungimiranza.

Certo, è possibile anche che lo ricorderemo soprattutto per il colpo grosso agli Oscar, dove per ora vanta tredici candidature ma sembra avere grandi chances. O forse non lo ricorderemo proprio, almeno fino a che il suo regista, ormai entrato nella schiera dei maestri venerati, non tornerà a farsi vivo con un nuovo progetto.

Non è un esercizio sterile provare a immaginare che tracce resteranno di questo o quel titolo. Anzi, è una buona formula per provare ad andare al nocciolo di quello che un film vuole dirci e di come è riuscito (o non è riuscito) a dircelo. In fin dei conti anche Anderson (o PTA, come lo chiamano quelli bravi) ha dato l’impressione di essere partito da un ricordo cinematografico, quello del generale Jack D. Ripper che spiega, sigaro ben piantato tra i denti, i danni che la contaminazione comunista dell’acqua ha portato alla sua vita sessuale. Fu una delle intuizioni geniali del Dottor Stranamore di Stanley Kubrick, a cui sembra che il film di Anderson provi a riagganciarsi, quantomeno nel tono sospeso tra commedia e dramma.

In realtà anche i temi non corrono distanti. In Una battaglia dopo l’altra la mescolanza tra sesso e lotta politico-militare rimane alla base dell’intreccio, con un po’ meno causticità. Ci sono due fazioni in lotta, da una parte il revival senza cappucci del Ku Klux Klan e dall’altra i French75, sgangherato gruppo rivoluzionario di sinistra, ed è proprio la commistione tra erotismo e militanza a creare i cortocircuiti. L’attrazione per una guerrigliera costerà caro a un generale, l’umiliazione sessuale che gli infligge costerà cara a lei. Nel mezzo, una figlia, che diventa il motore della trama.

Vineland, Thomas Pynchon. Giulio Einaudi editore - ET ScrittoriDi certo ricorderemo poco il libro di Thomas Pynchon, Vineland, a cui Anderson si è molto liberamente ispirato. È un ritorno, già nel 2014 aveva adattato dal grande scrittore statunitense, da noi edito in toto da Einaudi, Vizio di forma. Stavolta però ne ha voluto fare molto di più una base su cui costruire qualcosa di diverso. Non c’è l’utopia da raggiungere, che dà il titolo al romanzo. Ci sono solo le macerie del presente, pronte a esplodere in tutte le loro contraddizioni.

D’altronde siamo davanti a un’altra America. Non più mascherata dall’impeccabile dizione di un fu attore hollywoodiano, ma infiammata sotto gli occhi di tutti, cristalizzata in un tycoon che di impeccabile non ha assolutamente nulla, nemmeno la fedina penale. E che, forse non a caso, la scalata alla Casa Bianca ha iniziato a costruirsela dai piccoli schermi della televisione e dei social.

Per Anderson parlare da autore del presente politico è probabilmente solo una faccia di un discorso più ampio. Per anni è stato un regista amatissimo in Europa e lasciato ai margini in patria. Pian piano si è fatto strada nel mainstream, Una battaglia dopo l’altra è l’ultimo tassello, l’occasione irripetibile, per piantare i piedi e fregiarsi del titolo di maestro. Ha preso al volo i 150 milioni di budget offerti da Warner Bros., ha snobbato i festival europei che avrebbero fatto a gara per averlo nelle loro selezioni, e ora galoppa sicuro verso i premi. Per adesso, senza spendere una parola sull’attualità insanguinata degli USA.

Anche il suo film, in fin dei conti, più che parlare del deragliamento a stelle e strisce sembra sfruttarlo come ispirazione. Molto più che un film sul trumpismo, Una battaglia dopo l’altra sembra più un racconto a partire da. I due schieramenti non vengono sviscerati nelle loro ragion d’essere, ma semplicemente contrapposti, come se fosse tutto già chiaro o come, ancor peggio, se fossero due estremi ugualmente folli da cui guardarsi. In ogni caso non si può non riconoscere che il regista prenda posizione dalla parte dei rivoluzionari, i personaggi della destra sono solo canaglie senza sfumature, tra cui svetta un’interpretazione magnifica di Sean Penn nei panni del generale.

Di picchi creativi in realtà il film ne ha molti. La sequenza di inseguimento in macchina, un must per il genere, è a dir poco geniale. Allo stesso modo il personaggio di Benicio Del Toro, un improbabile sensei latinoamericano che mescola arti marziali e lotta al potere, è riuscitissimo. E infine, forse l’aspetto più straordinario di tutti, la colonna sonora curata dal chitarrista dei Radiohead Johnny Greenwood riesce a essere onnipresente pur senza mai risultare intrusiva, anche grazie al montaggio sonoro che potrebbe fare accademia.

Cosa manca allora? Manca la politica, in un senso che non sia solo una critica al presente, ma anche una proposta per il futuro. È vero, in Italia siamo stati viziati da una combriccola di maestri che per decenni hanno sfornato commedie tanto esilaranti quanto sovversive. Anderson lo sa bene, un piccolo omaggio al cinema italiano lo ha persino lasciato nel suo film: Di Caprio, abbandonato sul divano, si gode La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Non certo una commedia, ma un film che nel suo presente affondò il coltello. Una battaglia dopo l’altra colpisce bene, ma col manico, e lascia un segno meno rischioso. Forse anche per questo vincerà i suoi Oscar.


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.


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