Addio al regista messicano Paul Leduc. La storia dalla parte degli ultimi tra letteratura e ricerca

È morto lo scorso 21 ottobre a 78 anni, Paul Leduc Rosenzweig, icona del cinema sociale e d’avanguardia messicano. Profondamente legato alla letteratura e ai miti latinoamericani, ha raccontato la storia e le lacerazioni del suo Paese, denunciando le violenze del regime. Tra i suoi titoli più celebri il personalissimo ritratto di Frida Kahlo (“Frida: Naturaleza viva”) …

 

Nato nel 1942 a Città del Messico da una famiglia di comunisti, il giovane Paul studia architettura e cinema tra Città del Messico e Parigi. In pieno Sessantotto partecipa al movimento studentesco rimanendo segnato, come tanti della sua generazione, dal massacro di Tlatelolco, a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi, quando l’esercito messicano, dopo aver occupato l’Università, spara sulla folla dei manifestanti lasciando sull’asfalto centinaia di persone. In questa occasione realizza i suoi primi cortometraggi di denuncia contro la violenza del regime.

In Reed, México insurgente (1972) – suo primo lungometraggio – il regista mette in scena l’omonimo resoconto del giornalista americano John Reed. La pellicola evoca la rivoluzione messicana e la figura di Pancho Villa, con l’intento di attenersi alle immagini restituite dai fotoreporter piuttosto che alla mitizzante tradizione pittorica.

Questo tipo di sensibilità documentaristica si rintraccia anche nelle pellicole dedicate agli indigeni Otomis, emarginati dalla riforma agraria (Etnocidio, notas sobre el mezquital, 1976), alla lotta armata in El Salvador (Historias prohibidas de Pulgarcito,1980) e ai giovani “olvidados”, oppressi da un sistema sociale ingiusto in cui non trovano altra via d’uscita che la violenza, il rock e la droga (¿Cómo ves?, 1985).

Per la televisione realizza poi un adattamento di La cabeza de la hidra (1981) di Carlos Fuentes. È significativo che Leduc rivolga la sua attenzione a uno scrittore altamente consapevole del proprio ruolo di innovatore artistico e sociale: attraverso il realismo magico, Fuentes ha infatti raccontato il Messico moderno e gli intrighi di una politica arcaica piena di simboli e rituali.

Il successo internazionale lo raggiunge nell’84 con Frida: Naturaleza viva, pellicola fatta quasi di soli gesti e immagini abbaglianti, dedicata alla pittrice sua conterranea, Frida Kahlo, dipinta come una donna lacerata nel corpo e nello spirito. Questa pellicola, che i detrattori definirono “un ritorno al cinema muto”, segna per Leduc il passaggio verso un cinema ancora più sperimentale, in cui si intrecciano musica e letteratura. Ne è un esempio il film Barroco (1988), adattamento del romanzo Concerto barocco (Einaudi) dello scrittore cubano Alejo Carpentier: la musica assume nelle pagine un ruolo quasi demiurgico, capace di fondere in un’unica “realtà meravigliosa” tempi e spazi, perché in essa possano incontrarsi maestri antichi e moderni delle due sponde dell’Atlantico.

Latino Bar (1990) è invece una trasposizione contemporanea di Santa, romanzo del messicano Federico Gamboa, già ispiratore di diversi melodrammi: la storia, ambientata in una casa di appuntamenti, svela le ipocrisie di una società conservatrice dedita alle più terribili bassezze. La musica ha infine un ruolo preminente anche in Dollar mambo (1993), vero e proprio atto d’accusa contro l’intervento americano a Panama.

 

Il legame con la letteratura e l’impegno politico non viene reciso nemmeno nell’ultima pellicola di Leduc, El Cobrador: In God We Trust (2006): un thriller politico che ribadisce i principi del movimento no global, e si ispira ai racconti di Rubem Fonseca, la più grande firma del noir brasiliano.

Il cinema di Paul Leduc è allora una preziosa testimonianza di un ininterrotto dialogo con voci letterarie e artistiche che interrogano la medesima realtà politica e sociale: un dialogo che ci restituisce uno spaccato di storia latinoamericana lungo quarant’anni.


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