All’origine dell’orrore, dove la parola amore non esiste. L’apprendistato di morte del bimbo ebreo
Passato in concorso “The Painted Bird” del regista ceco Vaclav Marhoul, dal grande romanzo di Jerzy Kosinski (minimum fax). La discesa agli inferi di un ragazzino ebreo nelle campagne dell’Est Europa durante la Seconda guerra mondiale. Un grande film, non per tutti in cui si ritrovano quella violenza e la perdita di umanità tanto presenti anche nella letteratura di Agota Kristof o Làszlò Krasznahorkai …

The Painted Bird del regista ceco Vaclav Marhoul è un adattamento del grande romanzo di Jerzy Kosinski, edito in Italia da Minimum Fax con il titolo L’uccello dipinto. Ma per iniziare questa recensione devo rivolgermi altrove, alle parole di due grandi poeti. Il primo è W. H. Auden: “Il male non è spettacolare ed è sempre umano, condivide con noi il giaciglio, mangia alla nostra tavola.” Il secondo poeta è Wallace Stevens con i suoi versi terminali: “Il mondo è orribile e la gente è triste”.
Ecco, The Painted Bird conferma entrambe le affermazioni, dobbiamo soltanto eseguire un’aggiunta all’ultimo verso di Stevens, “la gente è triste e cattiva”.
Siamo nelle campagne dell’Est d’Europa, immortalate in un bianco e nero incredibile, capace di passare in un battito di ciglia dalla brillantezza argentea dei corsi d’acqua e dei prati alla densa opacità della cenere, al biancore accecante delle nevi, all’oscurità degli interni.

Il protagonista è un bambino senza nome, affidato dai genitori ebrei ad un’anziana zia con la speranza che il luogo isolato possa tenerlo al riparo dalle follie della Seconda guerra mondiale: vana speranza, la guerra è come un’inondazione, non c’è possibilità di sfuggirle e il bambino è destinato a subire tutte le brutture di cui i conflitti armati sono portatori.
Il protagonista si ritroverà costretto ad una fuga perenne, verrà rapito, venduto, battuto, abbandonato, il suo corpo si trasforma nella tela su cui va a comporsi l’affresco della conseguenza più orribile della guerra: la disumanizzazione. Orrore che supera ogni orrore, la perdita definitiva dell’umanità è quella del Conte Ugolino dantesco che barcolla cieco sopra i teschi dei propri figli, la perdita dell’umanità è quella delle vittime dei campi di concentramento e dei loro carnefici.
Varlam Šalamov, sopravvissuto ai lager staliniani, ne I racconti di Kolyma scrisse a questo proposito il più tragico degli ammonimenti: “Ci sono momenti in cui un uomo deve sbrigarsi a non perdere il desiderio di morire”. Superato quel momento, l’essere umano è pronto a subire e infliggere qualsiasi cosa. L’umanità che incontriamo in The Painted Bird ha oltrepassato questo punto di non ritorno, li ritroviamo imprigionati in esistenze orribili, vessati, umiliati, brutalizzati, e ciò nonostante vivi, ostinatamente, ottusamente vivi.
Le vittime che riescono in qualche modo a sopravvivere, finiscono per diventare carnefici. L’amore è un linguaggio, l’affetto, la fratellanza, la generosità sono linguaggi, linguaggi complessi ed esigenti, la violenza, invece, è il più semplice dei linguaggi, orribilmente facile da apprendere e da tramandare.
La guerra e la miseria utilizzano la violenza come grammatica, come libro di testo, impartiscono la loro dura lezione di tenebra fino a rendere gli uomini e le donne insensibili: bestie sadiche, bestie lobotomizzate, bestie rabbiose, bestie ubriache, bestie peggiori di qualsiasi animale, questi sono gli alunni della guerra, e poco importa se a saccheggiare siano i nazisti o l’armata rossa: nell’aria comunque rimbomberà il rumore degli spari, in ogni caso ci saranno urla seguite da risa sguaiate, e i corpi nudi e violati si dimeneranno nel fango come gigantesche larve tremanti, mentre i tetti in fiamme assomiglieranno a tramonti di sangue, piccoli tramonti incisi nella carne del paesaggio.
Il viaggio del bambino è un apprendistato di morte, uno studio approfondito del dolore, di quel dolore supremo che diventa orrore senza retorica, senza l’eccezionalità dei crimini efferati, ma al contrario, adagiandosi nella quotidianità come se fosse la cosa più normale del mondo.
Il disagio provato da molti spettatori in sala deriva proprio dalla difficoltà che noi tutti proviamo nel dover accettare la normalità dell’abominio. Si può lavorare tutto il giorno con dedizione per poi stuprare un bambino e dormire tranquilli. Si può trucidare un villaggio intero e poi cantare al suono della fisarmonica. Si possono interrompere le faccende quotidiane per linciare una donna e quindi ritornare ai fatti propri come se niente fosse. La guerra lo ha permesso. La guerra continua a permetterlo.
La reiterazione degli abusi subiti dal protagonista non ha nulla a che vedere con il sadismo o la pornografia come alcuni critici hanno scritto, la reiterazione è necessaria per delineare il più netto e inequivocabilmente familiare degli orizzonti: la quotidianità.
Le giornate di noi tutti sono scandite da occupazioni e abitudini radicate. Quelle del giovane protagonista non fanno eccezione, ma svolgendosi nel cuore della guerra finiscono inevitabilmente per avere la violenza come epicentro. Necessariamente ripetitivi sono alcuni passaggi di De Sade, necessariamente ripetitivi sono le liturgie, la ripetizione è necessaria per la raffigurazione della quotidianità, e la quotidianità è la rappresentazione del passaggio del tempo.
The Painted Bird è un grande film, non un film per tutti. Però accusarlo di sadismo e pornografica esaltazione della violenza è un errore (molto più pornografico è l’utilizzo di esseri umani chiamati a rappresentare mere categorie sociologiche, come capita spesso, specialmente nel cinema italiano, con i migranti).
Converrebbe piuttosto notare i legami molto forti che questo film ha con una certa letteratura che non a caso arriva sempre dall’Est d’europa. Conviene citare il nome di Agota Kristof e della sua Trilogia della città di K (edito da Einaudi), conviene leggere l’immenso Làszlò Krasznahorkai e il suo Satantango (edito da Bompiani e portato al cinema da Béla Tarr), oppure Àdàm Bodor e il suo Boscomatto (edito dal Saggiatore). Proprio la descrizione di Bodor scritta da Krasznahorkai ci aiuta a capire il tipo di umanità che popola The Painted Bird: “Bodor non conosce, né capisce, il significato della parola amore, se lo interroghi a proposito, ti guarda con l’espressione di chi ha appena morso una mela molto acerba”.
Il bimbo protagonista si ritrova circondato da una umanità che non soltanto non conosce e capisce il significato della parola amore, ma che l’ha sostituito con la violenza. Persino il sesso non è altro che sopraffazione, abuso, il contrario della creazione e dell’erotismo, anche quando si svolge tra due persone consenzienti assomiglia piuttosto all’utilizzo di una droga, anche il sesso, come l’acquavite, va utilizzato con furia, come a volersi stordire, come per racimolare una breve tregua dalla vita.
Il linguaggio in questo contesto depravato e disperato si fa sempre più simile ad un grugnito. E non è un caso se il protagonista avanzando nella propria odissea finisca con l’utilizzarlo sempre meno. Perché se è inutile chiedere pietà, se non basta supplicare, se anche confessando la propria paura e il proprio dolore nessuno fa niente, allora, che cosa è il linguaggio?
Uno spreco di fiato, bava d’aria. Niente di più.
Eppure il gesto con cui termina il film, il bambino che traccia segni sul vetro appannato di un bus, giunge come un inaspettato raggio di luce: certo, è un piccolo gesto, ma è un gesto umano, degno di un bambino. Ciò significa che qualcosa si è salvato, qualcosa, qualcosa di prezioso è riuscito a sopravvivere.
Orso Tosco
Scrittore. Nato il 24 Dicembre del 1982, ha esordito nel 2018 con il romanzo "Aspettando i Naufraghi" (Minimum Fax) e nel 2019 con la raccolta di poesie "Figure Amate" (Interno Poesia).
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