Almodóvar dà alle fiamme Cocteau. Tilda Swinton sull’orlo di una crisi di nervi arriva al cinema

Arriva in sala dal 13 maggio (per Warner Bros.) l’ultimo Almodóvar post lockdown con la sua versione (lesbo?) de La voce umana, il monologo di Cocteau già trasposto in Donne sull’orlo di una crisi di nervi e da Rossellini (Magnani) e Ponti (mamma Loren). Un mediometraggio con Tilda Swinton (Leone alla carriera) che si muove tra realtà e finzione, sempre col suo sguardo doc sull’universo femminile che tanto ha reso grande il suo cinema. Passato fuori concorso a Venezia 77 …

Tilda Swinton, sullo sfondo “Venere dormiente” di Artemisia Gentileschi (1626).

Anno 1988, alla 45ª Mostra di Venezia un giovane regista spagnolo porta un libero adattamento del celebre monologo di Cocteau La voce umana, intitolato Donne sull’orlo di una crisi di nervi. A distanza di trentadue anni quel regista, Pedro Almodóvar, torna a Venezia fuori concorso, sempre rivisitando il testo di Cocteau.

Questa volta il titolo è più fedele, The Human Voice, ma svela già un dato importante: è la prima volta che un film di Almodóvar non è in spagnolo. Un peso importante in questa novità lo ha avuto di certo Tilda Swinton, protagonista unica di questo mediometraggio (trenta minuti in tutto), a cui tra l’altro la Biennale ha assegnato anche uno dei due Leoni alla carriera nella serata di apertura della Mostra, il 2 settembre.

Non è difficile immaginare perché questa pièce abbia avuto questo impatto enorme su un regista come Almodóvar, così attento all’universo femminile, ma anche impiegato nella compagnia telefonica spagnola per dieci anni. Il testo di Cocteau mette in scena la fine di un amore, il senso di abbandono, che per lo spettatore sono evidenti sin dall’inizio, visto che l’uomo che lascerà la protagonista non verrà mai mostrato, ma si paleserà solo al telefono.

Chi ama il cinema di Almodóvar troverà pane per i suoi denti, i temi del regista ci sono tutti e la sua impronta autoriale è inconfondibile. Il soliloquio di Cocteau si arricchisce di scariche emotive rapide ma intense, di colori sgargianti e aggressivi, di opere d’arte appese alle pareti, di oggetti di design, di autoironia, di alta moda. Insomma un trionfo del product placement e dell’Almodóvar style. Compresa una plausibile rilettura in chiave lesbo, almeno a giudicare dall’abito dell’amante, garantita dalla neutralità di genere dell’inglese.

L’innovazione maggiore porta il segno dei tempi, il telefono lascia il posto agli auricolari senza fili, che permettono a Swinton di recitare la propria telefonata con maggiore libertà fisica, esplorando lo spazio del suo appartamento-set. A circa metà del monologo, infatti, scopriamo dall’alto la sua protagonista, rivelando la finzione: quell’appartamento altro non è che una scenografia costruita in un teatro di posa.

Proprio il binomio realtà finzione è fulcro di The Human Voice, il personaggio di Swinton sembrerebbe recitato, ma scherza con parole decisamente valide anche per l’attrice scozzese («Il mio metabolismo è l’unica cosa di cui non posso lamentarmi» o «Sono vecchia e pallida ma il mio agente dice che questo è quello che piace oggi»). Il discorso rimane sempre a metà tra realtà ed illusione, esattamente come l’amore che si conclude durante la telefonata, tanto vero quanto impalpabile.

Nonostante il personaggio sia una donna innamorata e tradita, è evidente che per il regista rimanga una figura estremamente forte e determinata. Pur nel suo dolore, accetta con dignità la fine della propria relazione. Mentre mette in ordine la casa, sul suo tavolo campeggiano libri e film molto eloquenti: Kill BillJackie, romanzi di Alice Munro (ispiratrice del suo Julieta). Alle sue spalle, troneggia la Venere dormiente, di Artemisia Gentileschi, un’esaltazione del corpo femminile dipinta da una donna dal grande coraggio.

Trent’anni dopo sembra che quell’orlo su cui si affacciavano le donne di Almodóvar sia stato superato, dandolo alle fiamme. Letteralmente. Il set sarà bruciato a telefonata finita. Se The Human Voice non rimarrà tra i titoli indimenticabili del regista spagnolo, certo rimane un ulteriore passo in un percorso artistico sempre coerente e ammirevole, di cui attendiamo il prossimo tassello, Madri parallele, che dovrebbe uscire nel 2021.