Ammazza il collega e vinci la concorrenza. A Park Chan-wook la commedia piace nera
Passato in concorso tra i più attesi di Venezia 82, “No other choice” del sudcoreano Park Chan-wook che illumina il Lido con una commedia nera dalla forte implicazione sociale. Tratto dal romanzo “L’ascia” di Donald E. Westlake, il film porta all’estremo paradosso le conseguenze dei tagli sul lavoro nelle fabbriche. Presto in sala per Lucky Red…

Nel gergo aziendale la chiamano l’ascia. È il taglio netto che le aziende fanno al personale quando i conti glielo richiedono. Socializzare le crisi e privatizzare i profitti, si diceva in altri tempi. Ma L’ascia è anche il titolo, proprio per quel modo di dire da consiglio d’amministrazione, del romanzo di Donald E. Westlake da cui ha tratto ispirazione Park Chan-wook, maestro del cinema sudcoreano, per il suo No other choice, tra i più forti pretendenti al Leone d’oro di Venezia 82.

Il suo protagonista Man-su cerca invano di spiegare ai nuovi padroni che quella che loro chiamano ascia in realtà è una ghigliottina. Non basta, viene comunque mandato a casa, nonostante quasi trent’anni di carriera in un settore così specifico come quello della produzione della carta. Perdere il lavoro comporta le conseguenze che si sanno fin troppo bene: i soldi mancano, si inizia a risparmiare sulle attività dei figli, poi a cercare lavoretti, infine si considera di vendere la casa.
Per Man-su è troppo, non riesce ad accettare che sia tutto precipitato in un attimo. Men che meno quando si rende conto di che razza di personaggi incompetenti continuano a lavorare in un settore in cui lui potrebbe dare ancora un grande contributo. No other choice cambia binario, diventa quasi una commedia nera, volutamente paradossale. Il suo protagonista inizia a programmare omicidi per assicurarsi che un posto si libererà e che sarà lui il prescelto per occuparlo.
Già solo il titolo del film raccoglie le diverse prospettive che il suo regista ha voluto condensare in una sola storia. Dicono di non avere scelta i dirigenti quando mandano via i dipendenti ed è convinto di non avere scelta anche Man-su, che di uccidere non avrebbe proprio voglia e non riesce neppure a guardare negli occhi le sue vittime per paura di distrarsi. Che sia o no così, la certezza è che non vedere altre vie è tipico di chi si sente in un tunnel da cui deve uscire. E quel tunnel è quello dei nostri tempi.
No other choice è senz’altro un film sull’oggi, l’ennesimo di una Mostra che si è scoperta politica nel suo senso più sociale, in attesa che la Biennale dia una risposta più vera e concreta a chi le chiede di schierarsi nettamente su Gaza. Cineaste e cineasti hanno portato film di grande lucidità sulla precarietà e sui fuochi a cui il nostro mondo sta gettando sempre più benzina. Forse nessuno, però, riesce a farlo con la stessa capacità di Park.
Il film del regista sudcoreano tiene insieme i fili di una trama che si muove precisa e allo stesso tempo imprevedibile. Mette al centro del discorso l’importanza del rapporto umano con la famiglia, come già si era visto in un altro grande film, sempre sudcoreano, Parasite di Bong Joon-ho. Espone una mentalità, quella capitalisticamente legata al profitto, per mezzo delle sue estremamente realistiche conseguenze e contemporaneamente ne fa una parodia grottesca, come sottolineano le scene comiche nonostante il sangue.
Nel finale Park non rinuncia a prendere posizione. Dopo un film intero in cui ci ha mostrato la disperazione di un uomo qualunque, indica quale sia la vera radice del problema. Man-su deve accettare di diventare boia anche sul lavoro, l’intelligenza artificiale può praticamente mandare avanti la fabbrica da sola e lui deve mandar via i dipendenti. L’ascia però si è solo spostata, le teste continuano a cadere e cadono anche le foreste, simbolo di un pianeta condannato a venir sventrato fino alla distruzione per il profitto.
Difficile dire se non ci sarà altra scelta anche per la giuria. Lo stile di Park potrebbe essere particolarmente amato dal presidente di quest’anno, lo statunitense Alexander Payne, ma la Mostra è ancora molto lunga. Quel che è certo è che Park, ancora una volta, ha colpito nel segno e le possibilità che sia nel palmarès una volta aperta la gabbia dei leoni sono molto alte.
Chiude il film una dedica a Costa Gavras che, dallo stesso romanzo di Donald E. Westlake, nel 2005, ha tratto Il cacciatore di teste.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
16 Settembre 2020
Tra la vita e la morte c’è l’amicizia. La commedia francese che non sappiamo (più) fare
In sala dal 17 settembre (per Lucky Red), "Il meglio deve ancora venire",…
2 Luglio 2015
Il giornale dove è nata la commedia all’italiana
Più che una rivista satirica è stata una fucina per gli autori del nostro…



