“Annientamento”, fantascienza da pensare, discutere, vedere

Nuovo arrivo su Netflix: “Annientamento”, il film di fantascienza del talentuoso autore britannico Alex Garland. Fonte d’ispirazione è l’omonimo romanzo di Jeff VanderMeer, primo capitolo della trilogia dell’Area X, la cui edizione italiana (Einaudi) è illustrata da LRNZ. Un film teso e affascinante che mostra come si possa passare da un ottimo libro a un buon film, usando il testo più per le suggestioni cha risveglia che per quanto racconta. Dunque un film da pensare, da discutere e da vedere …

Ve lo diciamo subito: questo è un film da pensare e da discutere. Magari avrebbe potuto far discutere di più, se solo fosse uscito nei cinema e non sui «black mirror» serviti da Netflix (produzione: DNA Films, Paramount Pictures, Scott Rudin Productions, Skydance Media). O di meno, visti i non lusinghieri risultati – per ora – nei paesi dove per vederlo si deve andare al cinema (soltanto Usa, Canada e Cina). E poi Annientamento (Annihilation) è un bel film, forse più interessante che bello, per almeno tre motivi.

Il primo: è firmato da Alex Garland, talentuoso autore britannico, scrittore di bestseller diventati quasi tutti film (The Beach di Danny Boyle, con Leonardo Di Caprio); sceneggiatore di altri film diretti da nomi di tutto rispetto (28 giorni dopo, ancora di Danny Boyle); regista in prima persona con un esordio fulminante, Ex Machina; e, se non bastasse, autore di videogame di successo.

Il secondo: siamo sempre nei territori della fantascienza prediletti da Garland ma stavolta la fonte d’ispirazione sta nell’omonimo romanzo di Jeff VanderMeer, primo capitolo della trilogia dell’Area X. Dopo Annientamento, Autorità e Accettazione (in Italia editi da Einaudi e da poco ristampati in un unico volume, in occasione dell’arrivo del film e dell’uscita del nuovo romanzo di VanderMeer, Borne).

Tra l’altro le edizioni italiane si contraddistinguono per le bellissime e originali copertine in acetato trasparente con sovraimpresse in serigrafia le illustrazioni di Lorenzo Ceccotti (in arte LRNZ), uno dei nostri migliori illustratori e autore di fumetti, ormai di casa alla Einaudi dove ha firmato copertine e illustrazioni di opere di Murakami Haruki. E il cui graphin novel, Golem, arriverà presto al cinema con Lucky Red.

Il terzo: se avrete la pazienza di leggerci ve lo spiegheremo alla fine.

 

L’Area X è un’area degli Stati Uniti da anni isolata a causa di una contaminazione provocata dall’arrivo di un meteorite (od oggetto alieno) che ha dato vita a una serie di mutazioni. I ripetuti invii nella zona di squadre di missioni esplorative per indagare su che cosa sia realmente successo sono tragicamente falliti. Di molti soldati, tecnici e scienziati coinvolti nelle undici spedizioni succedutesi non si sa più nulla, di altri improvvisamente riapparsi, non si può altro che constatare il radicale cambiamento psicologico e fisico che li conduce, prima o poi, verso la morte.

La dodicesima missione è quella che apre il libro di VanderMeer e che il film di Garland segue da vicino. Cinque donne la compongono (una in più del romanzo): … un’antropologa, una fisica, un medico e una biologa, Lena, che è la vera protagonista del film (interpretata da Natalie Portman), guidate dalla psicologa impersonata da Jennifer Jason Leigh (la bravissima interprete della cattivissima Daisy Domergue di The Hateful Eight di Tarantino).

La squadra deve attraversare una sorta di magmatica barriera che sembra un’aurora boreale per infilarsi in una foresta, poi districarsi in una zona paludosa e infine approdare sulla riva del mare, sopra un’inquietante spiaggia sulla quale domina un faro da cui promana uno strano bagliore. Lì dovrebbe celarsi l’origine di tutto quanto è accaduto in quell’area e che minaccia la stessa sopravvivenza del genere umano.

In questo attraversamento della selva oscura incontreranno piante, fiori e animali fantastici (cerbiatti con le corna come tralci di orchidee); ma anche bestie feroci (coccodrilli, cinghiali, orsi) tutti portatori di misteriose e mostruose mutazioni e clonazioni. Alla fine resterà soltanto Lena (le altre quattro moriranno, spariranno o muteranno) e, da sola, dovrà affrontare il misterioso nemico.

Ce la farà? Non facciamo «spoiler» ma vi diremo che alle molte domande alle quali sarà sottoposta dai responsabili e «controllori» della base governativa che presidia l’area e l’interrogano su chi e che cosa è l’«alieno» che si nasconde nel faro, lei risponderà con molti «non lo so».

Dubbi irrisolti dunque, come nel libro di VanderMeer (soltanto in parte sciolti nei capitoli successivi della saga e, chissà? forse nei sequel del film se ci saranno). Semmai il regista Alex Garland nel suo film stempera un po’ la complessità degli interrogativi del romanzo (al riguardo, se girate un po’ in rete trovate recensioni e interviste allo scrittore) introducendo motivazioni personali all’agire e al pensare delle protagoniste (vite sbandate, fallimenti professionali e sentimentali).

Come nel caso del rapporto di Lena (una bravissima ed «estraniata» Natalie Portman) con il marito Kane (Oscar Isaac) che è tra i pochi «ritornati» da una delle spedizioni e che si ammala di cancro. Del resto la minaccia del cancro, della mutazione cellulare e del confronto con la malattia «informa» per così dire il film fin dall’inizio quando mostra al microscopio il processo di duplicazione di alcune cellule tumorali. Sia aliena, terrena, ambientale, psicologica o di altra natura la minaccia che sta al confine dell’umano pone, comunque, il senso del limite antropocentrico e le trasformazioni e mutazioni che spesso impone si condensano in una delle risposte che la protagonista dà: «nulla si distrugge, tutto cambia».

E veniamo al terzo motivo d’interesse del film. Alex Garland, con meno mezzi dei blockbuster del genere, con meno effetti speciali, con una colonna sonora meno roboante del solito, confeziona un film teso e affascinante che si fa perdonare qualche caduta, soprattutto nei dialoghi e nella caratterizzazione di alcuni personaggi.

Indica però una buona strada sul come fare film di fantascienza «riflessiva» senza per forza doversi ogni volta pretendere o aspettarsi livelli alla Stanley Kubrick. E mostra come si può passare da un ottimo libro a un buon film, usando il testo più per le suggestioni cha risveglia che per quanto racconta. Per questo Annientamento è un film da pensare, da discutere e da vedere.