In ricordo di Valentina Pedicini. I bimbi nomadi “cancellati”, nella Svizzera degli orrori su RaiPlay

In ricordo di Valentina Pedicini, appena scomparsa, da vedere su RaiPlay il suo unico film di finzione, “Dove cadono le ombre”, passato alle Giornate degli Autori nel 2017. Una storia che prende le mosse dalla vita e dalle opere di Mariella Mehr, scrittrice e poetessa svizzera di origini jenisch tra i primi ad aver denunciato il genocidio del suo popolo. Un thriller psicologico coraggioso e teso …

© Carlo Baroncini Photography

Ci voleva il coraggio di una “combattente” come Valentina Pedicini (il doc Dal profondo ha collezionato premi un po’ ovunque) per raccontare, e in un film di finzione, una pagina nera della storia recente e poco nota come il genocidio degli jenisch in Svizzera. Centinaia e centinaia di bambini “zingari” rinchiusi in ospedali psichiatrici o orfanatrofi e poi abusati, sterilizzati, sottoposti ad elettoshock, per estirpare loro il nefasto gene del “nomadismo” e renderli persone “normali”, da affidare a nuove famiglie di svizzeri perbene.

Ma soprattutto c’ è voluto il coraggio di Mariella Mehr (vedi videointervista), giornalista, poetessa e scrittrice jenich che tutto questo, dopo averlo subito sulla sua pelle, l’ha gridato al mondo intero, passando per i media di tutta Europa, denunciando l’orrore del programma di pulizia razziale (denominato Enfants de la grand-route) messo in atto dalla “pacifica” Svizzera, tra il 1926 e il 1974, attraverso un’associazione “filantropica”, dal candido nome, Pro Joventute.

Nata a Zurigo nel 1947 Mariella Mehr viene sottratta alla madre appena bambina. E da lì comincia il suo calvario: istituti psichiatrici, abusi, violenza, elettoshock e adozioni. Finché a 18 anni le viene tolta la figlia proprio come era accaduto a lei.

Scrive allora Mariella Mehr, scrive della “follia rumorosa diventata domestica”, del suo “sangue vagabondo”. Scrive di tutta la violenza subita che farà da traccia tematica a tutta la sua opera a venire, paragonata dalla critica a quella di Paul Celan o Nelly Sachs. Scrive poesie (è del 2014 la raccolta Ognuno incatenato alla sua ora, Einaudi) e, poi, romanzi, raccontando Labambina (Effigie) muta che vive coi genitori adottivi nel villaggio di bigotti, superstiziosi e ubriaconi, abituati ad usarle violenza fisica e psicologica.

Scrive di Anna Kreuz (Il marchio, Effigie) inserviente in una casa di cura in Svizzera che svela a poco a poco il suo cupo passato e l’amore, tormentato, che l’ha tenuta legata ad una compagna di collegio: lei ragazzina zingara e l’altra ebrea, unite dalla “comune condizione di emarginate”.

E sono proprio la vita e l’insieme dell’opera letteraraia di Mariella Mehr (vissuta a lungo in Toscana) ad aver fatto da traccia a Dove cadono le ombre, sorprendente film di Valentina Pedicini presentato alle Giornate degli Autori nel 2017 e che ora ci resta ancor più come ricordo di questa giovane combattente, strappata prematuramente da una malattia feroce.

Un film coraggioso, dicevamo, scritto dalla stessa regista insieme a Francesca Manieri. Un film teso, claustrofobico, che molto deve alle sue interpreti: Elena Cotta e Federica Rosellini, l’una nei panni dell’anziana “aguzzina”, l’altra in quelli della vittima, Anna, “labambina” jenisch che oggi ritroviamo, a parti invertite, nel ruolo di “infermiera-guardiana”. Guardiana di Gertrude, la dottoressa che su di lei bambina, in quello stesso ospedale che oggi è una casa di riposo, le praticava docce gelate, le somministrava farmaci per i suoi esperimenti, e le offriva caramelle nel caso di buona condotta.

Valentina Pedicini, ancora una volta tira fuori dal profondo (nel doc era il quotidiano di fatica di una donna minatrice) l’intero mondo di ombre che accompagnano l’esistenza di Anna, attraverso una sorta di serrato duello psicologico con l’aguzzina di un tempo, ormai sopraffata dall’età, dalla solitudine, ma ancora incarnazione simbolica di quel male assoluto con cui la giovane donna deve fare i conti per guardare al futuro.

In un contesto esteriore gelido e asettico che ci rimanda all’ossessione per il controllo – ne soffre un po’ anche la Rosellini, però – il film si sviluppa tra passato e presente nella forma di un thriller psicologico, dove il realismo cede volentieri il passo ai simbolismi e alla tragedia d’impianto classico, peccando in qulche momento d’ingenuità, ma conservando la forza e il coraggio di una storia che deve essere racconta. E vista. Taanto più ora.