Brutti, sporchi e cattivi. L’America profonda che vota(va) Trump nel letterario “Hillbilly Elegy”
Arrivato recentemente su Netflix, “Hillbilly Elegy”, il nuovo film di Ron Howard basato sull’autobiografia di J.D. Vance, “Elegia americana” (Garzanti). L’America pronfonda che votava Trump, i bianchi poveri del nord degli Stati Uniti, brutti, scoprchi e cattivi e soprattutto pieni di rabbia. Una saga familiare attraverso tre generazioni, ma anche una storia di riscatto. Con Glenn Close e Amy Adams …

Hillbilly Elegy è il nuovo film di Ron Howard basato sull’autobiografia di J.D. Vance, Elegia americana (Garzanti), diventata alla sua uscita nel 2016 un caso editoriale. Appena un anno prima dell’elezione di Trump, infatti, Vance raccontando della sua famiglia di origine, solleva il velo su quel proletariato bianco, povero e pieno di rabbia, che ha costituito in maggioranza l’elettorato del presidente appena sconfitto da Biden.
Siamo in particolare nella comunità degli Appalachi, catena montuosa che si sviluppa per 2.500 km parallelamente alla costa orientale degli Stati Uniti, dal profondo Sud dell’Alabama fino all’estremo Nord, e attraverso il confine arriva in Canada. È qui che sono arrivati dal Kentuky i nonni dello scrittore, intento nel racconto in prima persona di tre generazioni.
Erano «sporchi, poveri e innamorati» i nonni di Vance ed emigrarono dalle regioni montane verso l’Ohio, con la speranza di una vita migliore. La nonna Mamaw (nel film una splendida Glenn Close) era rimasta incinta a tredici anni.
Un sogno di benessere il loro che fu appena sfiorato, così che il nipotino si troverà a lottare con la miseria e con la violenza domestica. Un nonno alcolizzato (interpretato da Bo Hopkins) che picchia figlia e moglie, con quest’ultima che lo ricopre di benzina e gli dà fuoco, sono infatti il quotidiano del giovane J.D.

La vicenda si svolge tra il 1997 e il 2011 a Middletown, Ohio, una piccola cittadina vicino a Cincinnati di poco più di 40.000 abitanti. Durante quegli anni J.D. cresce senza padre mentre la madre Bev (una strepitosa Amy Adams), ex infermiera eroinomane, trascina lui e la sorella Lindsay (interpretata da Haley Bennet) in un costante pellegrinaggio attraverso le varie case dei suoi vari partner, perlopiù alcolisti e nullafacenti, che sopravvivono con il welfare. Finirà allevato dalla nonna dai modi bruschi ma con le idee chiare rispetto al suo futuro di studioso.
Quella descritta in Hillbilly Elegy è l’America rurale, lontana dalle metropoli, dove i tassi di disoccupazione continuano a crescere così come l’abbandono scolastico. Sono i bianchi poveri del nord degli Stati Uniti, i campagnoli rozzi della provincia profonda, chiamati con disprezzo redneck o hillbilly, come recita il titolo.
È loro che celebra il film – dall’impressionate prova attoriale di Amy Adams e Glenn Close, destinate all’Oscar secondo i più – questa America post industriale di ex operai o contadini che una volta lavoravano nelle industrie, coltivavano la terra e riempivano le chiese, mentre oggi vivono il dramma della recessione impantanati nella dipendenza, nella povertà e nella rabbia.
J.D. Vance diventa quindi il testimone della crisi del Sogno Americano, nonostante riesca a salvarsi e a scappare da quel mondo con grande fatica e continui dubbi sul dover fare la cosa giusta. Dopo essere stato anche arruolato come marine in Iraq, J. D. riuscirà a conseguire la laurea in legge nella prestigiosa Yale e a trovare un ottimo lavoro.
Il regista Ron Howard e la sceneggiatrice Vanessa Taylor (La forma dell’acqua del 2017) preferiscono insistere sul rapporto tra le tre generazioni, piuttosto che sui temi sociali centrali nel romanzo. «Il libro di J. D. mi ha colpito perché mi ha ricordato i miei genitori. Il parallelo è tutto culturale, il modo di parlare, il lessico, il codice d’onore, l’abitudine a contare su se stessi. Io chiamavo mia nonna Mamaw, pensando fosse solo il suo soprannome e non sapevo che in campagna si usa così. L’adattamento del libro è stato molto complesso. E per trovare l’equilibrio tra rispetto della verità, empatia, elementi divertenti, J. D. ci ha fatto da consulente. Lui è passato attraverso cose terribili, overdose, tentativi di suicidio della madre tossicodipendente. È stato di grande aiuto, tutta la famiglia voleva che la memoria di Mamaw fosse rispettata. Ci hanno dato video, lettere, raccontato conversazioni, sono rimasti senza parole quando hanno visto come Glenn ha saputo cogliere il suo spirito».
Elegia americana, il libro, alla sua uscita in America è arrivato al primo posto nella lista dei bestseller del New York Times. Ed è curioso come al Torino FilmFest, appena terminato, nella categoria documentari abbia vinto The Last Hilbilly dei francesi Diane Sara Bouzgarrou e Thomas Jenko, dedicato appunto a questa parte di mondo dimenticato.
Ghisi Grütter
Architetto e Professore Associato di "Disegno", fa parte del Dipartimento di
Architettura dell'Università Roma Tre. Autrice di numerosi libri e saggi, tiene la rubrica "Disegno e immagine" nella rivista on line
"Ticonzero" e scrive nella sezione micro-critiche di "DeA Donne e Altri".
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