Cannes 75 militarmente corretta. Palma d’oro donore a Tom Cruise con i “Top Gun” francesi in cielo

Cosa non si fa per avere i divi Usa al Festival. La Francia fa volare la sua pattuglia acrobatica nei cieli di Cannes nel giorno della presentazione di “Top Gun: Maverick”, mentre al divo Tom Cruise è consegnata a sorpresa la Palma d’oro donore. È il lancio ufficiale del franchise miliardiario Usa che si appresta alla conquista (commerciale) del mondo, ripercorrendo la storia di Pedersen Dan il vero istruttore della squadriglia militare narrata nel suoi memoir:”Topgun. La vera storia di una leggenda”, Giunti. E il film non stona con la riscoperta del linguaggio bellicista imperante di questi tempi. La Cannes militarmente corretta, insomma, è sotto i riflettori …

Trentasei anni dopo, è sempre lì: a guidare jet militari che sfrecciano a velocità inimmaginabili. In realtà, sembra sempre lì: perché il mondo “attorno” a Top Gun è cambiato tanto, da quel 1986 quando uscì il film originale di Tony Scott. È cambiato al punto che Tom Cruise ormai quasi sessantenne non può più rivendicare il primato del suo stile, del suo approccio alla vita. Del suo approccio alla guerra.

Infatti, in questo colossale sequel, Maverick – è questo il nome del protagonista, che dà anche il nome al film Top Gun: Maverick tra i titoli di Cannes 2022 – deve fare i conti – rifacendosi al memoir dello stesso pilota istruttore Pedersen Dan, Topgun. La vera storia di una leggenda (Giunti) – con quel che gli è mutato attorno. Deve misurarsi e scontrarsi con una burocrazia militare, con alti gradi dell’aviazione e della marina statunitense che non sembrano più voler puntare su super soldati che sfidano i nemici sui loro jet. Ora, le stellette americane, gli alti gradi preferirebbero i droni.

Ma si sbagliano. Perché Maverick viene richiamato da una sorta di autoesilio dove testa alcuni mezzi sperimentali, e ora deve addestrare una squadra di piloti per una missione pericolosissima. Da portare a termine subito. Con i jet, non con i droni.

Cruise prova a fare l’”insegnante” ma il poco tempo a disposizione imporrà che sia lui a guidare l’operazione. E così, da qui in poi, sarà tutto un carnevale di squadriglie aeree che si combattono a colpi di missili di ultimissima generazione, esplosioni, fuoco. Bombe. Con manovre acrobatiche al “limite del sopportabile”, come si dicono spesso fra di loro.

Senza fare spoiler, finirà bene. Anche perché il nemico, che voleva attrezzare una centrale atomica per produrre bombe, non ha un nome, né un volto. L’ambientazione potrebbe far pensare al Medio Oriente ma non è sicuro. Altro elemento che non aiuta sono i Mig, i vecchi Mig sovietici dismessi, che Maverick ruba da un ammuffito deposito dei nemici per scappare, dopo che il suo aereo è stato abbattuto.

Si potrebbe continuare a lungo raccontando sottotrame e particolari ma il film è tutto lì: in quei duelli aerei (in realtà “quasi terreni” visto che sfrecciano e sparano sfiorando montagne e vallate).

Certo, il nuovo regista, Joseph Kosinsky e gli sceneggiatori puntellano qua e là la storia con striminzite riflessioni personali di Cruise (che si sente vecchio ma non sa “come smettere” di fare quello che fa), con la sua storia d’amore che forse – forse – prende una piega più matura e soprattutto nel suo rapporto con un allievo pilota. Figlio di un suo amico morto nel film precedente. Ma il conflitto fra di loro si risolve in una serie di sguardi, lontano dall’essere problematici.

Il film, insomma, è la battaglia. Uscito – causa pandemia – due anni dopo la fine delle riprese. Uscito in piena guerra. L’unica cosa che si può dire è che non stona in questo clima. Non stona con la riscoperta del linguaggio bellicista imperante di questi tempi, la sua retorica a tratti imbarazzante non sfigura con le tante frasi altisonanti che si ascoltano da quasi tre mesi.

Anzi. A voler guardar bene, nel film, non tutti ma molti piloti “cattivi” alla fine riescono a schizzare fuori dai loro aerei in fiamme. E, tutto fa intuire, che si salveranno. Nelle immagini che si vedono quotidianamente sui siti e sui telegiornali, ai soldati in guerra in Ucraina, questo privilegio non è concesso.


Stefano Bocconetti

giornalista e romanista

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