A Clint Eastwood piace Trump? Il suo cinema dice il contrario

Che cos’hanno in comune Donald Trump e Clint Eastwood? Nonostante l'”endorsement” nei confronti del nuovo presidente degli States pronunciato dal regista in campagna elettorale, il suo cinema mostra il contrario. Anche “Sully”, ancora in vetta ai botteghini, racconta di un’America inclusiva e generosa, certamente non quella che ha in mente il presidente milionario…

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“Sully, trentaquattresimo film di Clint Eastwood, è un manifesto politico. Molto bello, molto asciutto, emozionante, con un Tom Hanks da Oscar. Un film ardentemente repubblicano e nobilmente di destra”.

Così scrive Teresa Marchesi nella sua recensione sul nostro magazine. Il film è magnifico. E non si può non concordare sul fatto che, “con il suo eroe qualunque depositario delle semplici virtù americane, Clint traccia l’identikit del suo candidato ideale alla Casa Bianca”.

Che poi, se ci si riferisce all’intervista a Clint Eastwood pubblicata su Esquire lo scorso mese di agosto, sarebbe il neo eletto Donald Trump, oggetto se non di un vero e proprio “endorsement”, per lo meno di un attestato di stima e di un’apertura di credito che hanno fatto scalpore e suscitato molte perplessità.

Che cos’hanno in comune Donald Trump e Clint Eastwood? La risposta non può che essere affidata a un confronto tra la storia cinematografica del grande regista americano, da una parte, e le esternazioni del neo eletto presidente dall’altra, il quale non è stato ancora messo realmente alla prova come guida degli Stati Uniti d’America ma, certo, ha dato molti spunti per capire quale sia la sua visione del mondo.

Entrambi si sono detti stufi del “politicamente corretto” e degli atteggiamenti “da fighette” che avrebbero corrotto l’“american way of life”, con riferimento ovviamente alla presidenze di Barack Obama (si ricorderà la – poi rinnegata – intervista a una sedia vuota inscenata da Clint), alla candidatura di Hillary Clinton e a molti snodi della politica americana dell’ultimo decennio.

Entrambi hanno sempre esibito una smodata passione per le armi. Ma tutto ciò non basta certo a stabilire un gemellaggio tra i due. La stessa ambigua personalità raffigurata da Clint Eastwood in American sniper è ben più ricca di sfumature di quanto un’interpretazione banale dell’eroismo americano impersonata da Trump lasci pensare.

Per non parlare della guerra vista con gli occhi del nemico in Letters from Iwo Jima, tema che appare del tutto estraneo alla cultura di Trump, dopo l’abbondante retorica del (bellissimo) film Flags of Our Fathers. E che dire poi di argomenti di grande spessore umano e civile, come l’eutanasia in Million Dollar Baby, il disagio mentale in Changeling, la pedofilia in Mystic River, fino all’amore ne I ponti di Madison County, film che con gli occhi di oggi potrebbe essere tranquillamente accusato di “fighettismo”.

Pensiamo infine a Gran Torino, dove un attempato reduce della guerra in Corea sacrifica la propria vita per difendere i diritti di un immigrato asiatico. Difficile immaginare Donald Trump battersi per una causa del genere in nome dei valori americani di fondo, lui che vede come il fumo negli occhi cinesi, messicani, portoricani e tutti che quelli che hanno la pelle di un colore diverso dal bianco.

Ma limitiamoci al modello rappresentato dal pilota di Sully. Davvero un tipo come Trump saprebbe comportarsi, in circostanze analoghe a quelle raccontate nel film, con altrettanto altruismo e generosità? Sì, forse darebbe sfoggio del medesimo sprezzo per regole e procedure, ma non certo con l’obiettivo di salvare 155 persone, inclusi neri, donne e bambini.

Lo farebbe, verosimilmente, per imporre la legge del più forte fregandosene altamente di chi è rimasto indietro. La vecchia legge del west contro l’America inclusiva, generosa, forte, che non lascia indietro nessuno. Una conclusione arbitraria? Forse, ma ci si giunge non per mera supposizione, e neppure dopo le minacce di muri di divisione, le volgarità e le dichiarazioni sessiste e razziste rilasciate da Trump in campagna elettorale.

Ci si giunge semplicemente osservando le sue prime mosse da presidente degli Stati Uniti (“in pectore” per di più: figuriamoci cosa farà una volta investito dei pieni poteri): ministri finanzieri che governano l’economia, ministri ex militari che gestiscono la difesa, nepotismo e conflitto di interessi irrisolto, accordi internazionali rimessi in discussione, amicizia con Putin e minacce all’Europa, riapertura della guerra fredda con Cina, Iran e mondo arabo intero.

Insomma un’America che pensavamo di esserci lasciati per sempre alle spalle, quella che rievoca l’immagine della tigre dai piedi d’argilla dei tempi del Vietnam, quella che fa la voce grossa ma poi se la fa sotto come il poliziotto di Thelma & Louise. No, non possono essere questi i valori di fondo dell’America raccontata da un grande regista come Clint Eastwood.