“Comedians”, il succo dolce amaro della nostra esistenza. E Gabriele Salvatores fa di nuovo centro

In sala dal 10 giugno (per 01 Distribution) “Comedians” ritorno di Gabriele Salvatores alla pièce di Trevor Griffiths che lanciò Paolo Rossi & Co. nell’85 con la messa in scena al teatro dell’Elfo e che in seguito portò al cinema con “Kamikazen Ultima notte a Milano”. A distanza di quasi 40 anni quel testo mantiene tutta la sua freschezza anche in questo nuovo adattamento pieno di bravi (e in parte nuovi) interpreti. Un film da cui ci si separa a fatica. Perché in fondo quello che ci scorre davanti in quell’ora e mezzo è il succo dolce amaro della nostra esistenza…

Bella idea rilanciare un testo teatrale che mantiene intatta la sua freschezza dopo 45 anni e passa. Parliamo di quel Comedians che Trevor Griffiths, autore impegnato nella scena culturale inglese più radicale e cosceneggiatore di Reds (1981), scrisse nel lontano 1975.

Gabriele Salvatores lo ripropone oggi in versione cinematografica (per Indiana Production insieme a Rai Cinema e con la collaborazione di Friuli Venezia Giulia Film Commission, nelle sale dal 10 giugno) dopo averla portata al teatro dell’Elfo nel 1985, lanciando tra gli altri Claudio Bisio e Paolo Rossi, Silvio Orlando e Bebo Storti, e poi al cinema nel 1987 in un versione intitolata Kamikazen Ultima notte a Milano affidata ai dialoghi di Gino e Michele (che figurano tra i crediti del film odierno).

Naturalmente un’operazione del genere ha richiesto un’attualizzazione dei dialoghi e dei personaggi, pur mantenendo l’unità di tempo e di luogo che ne fa un’opera squisitamente teatrale.

Un gruppo di aspiranti attori comici si ritrova assieme al loro insegnante Eddie Barni poco prima della prova davanti a un esaminatore che potrebbe assicurare il loro debutto nel mondo dello spettacolo e della televisione. Mentre Barni dà loro gli ultimi suggerimenti, l’incontro diventa l’occasione per illustrare i caratteri dei vari personaggi – ognuno dei quali va da sé rappresenta una tipologia umana – e anche l’idea di comicità come “missione” che Barni cerca di trasmettere ai suoi allievi.

C’è però un problema: l’esaminatore Bernardo Celli, che ha qualche ruggine di vecchia data con Barni, ha un’idea molto “terrestre” di comicità, agli antipodi di quella di Barni, basata sulla capacità di strappare la risata con qualunque mezzo e di non dare alcunché da pensare a un pubblico poco esigente per sua natura.

Dallo scontro tra queste due concezioni della comicità (e non solo), con la quale tutti i candidati dovranno misurarsi, usciranno i vincitori e gli sconfitti. Ma sarà poi da vedere se chi è rimasto fedele ai propri principi avrà più successo nella vita rispetto a chi ha accettato di scendere a patti con la mediocrità.

Difficile pensare a due attori che meglio di Christian De Sica e Natalino Balasso interpretassero questi due opposti caratteri, che potremmo sintetizzare e attualizzare con il “politicamente scorretto” e il “politicamente corretto”, ammesso che i cinepanettoni siano una testimonianza del primo e il modello Zelig del secondo.

Ma tutti gli attori della compagnia – Ale e Franz, Marco Bonadei, Walter Leonardi, Giulio Pranno, Vincenzo Zampa, a cui si aggiungono Aram Kian in una parte collaterale ed Elena Callegari in un sontuoso “cammeo” (ma è una definizione riduttiva per l’unica donna del cast) – danno prova del loro multiforme talento. Menzione speciale al giovane Giulio Pranno, bravissimo nella parte dell’attore “maledetto” che incarna il lato oscuro della comicità.

La chitarra di Peppe Cairone fa da adeguato commento sonoro alla storia. Ma a dare il tocco di malinconia che serviva è la meravigliosa canzone di Tom Waits, Downtown Train, che meglio non potrebbe accompagnare i titoli di coda di un film da cui ci si separa a fatica. Perché in fondo quello che ci scorre davanti in quell’ora e mezzo è il succo dolce amaro della nostra esistenza.