Dall’orfanatrofio al Nobel. Roberto Faenza porta al cinema la vita (incredibile) di Mario Capecchi

In sala dal 16 giugno (per Altre Storie) “Hill of Vision. L’incredibile storia di Mario Capecchi” di Roberto Faenza. Una storia italiana di respiro internazionale dedicata al vincitore del Nobel per la Medicina 2007 per le sue ricerche sulla genetica molecolare.  Un uomo che ha imparato a cavarsela da solo e a superare le più grandi difficoltà della vita sin da bambino, contando solo sulle sue forze. Un film dallo schematismo un po’ eccessivo e persino oleografico, ma capace anche di illustrare in modo efficace e accurata le miserie umane …

Ecco un film italiano che racconta una storia italiana di respiro internazionale, che non è tratta da un libro ma è come se lo fosse, e nulla esclude che succeda l’inverso essendo basato sulla memoria, o per meglio dire sul racconto di una vita speciale autentico al cento per cento.

E che per di più viene distribuito (da Altre Storie a partire dal 16 giugno) nelle sale cinematografiche e non sulle piattaforme, con l’auspicio espresso dal regista Roberto Faenza di portarlo nelle scuole dal prossimo settembre per il forte messaggio didattico che esso contiene.

Si tratta de L’incredibile storia di Mario Capecchi, che fa da sottotitolo a Hill of Vision. Il che farebbe pensare a un subalterno e provincialissimo cedimento all’inglese – in parte giustificato dal cast internazionale (Laura Haddock, Edward Holcroft, Elisa Lasowski, Jake Donald-Crookes, Lorenzo Ciamei, Rosa Diletta Rossi, con la partecipazione di Francesco Montanari) e dalla compartecipazione Italia-Usa con Rhino Films Inc. che si aggiunge alla produzione Jean Vigo Italia con Rai Cinema – ma in realtà fa riferimento al nome del luogo fisico in cui si svolge oltre metà della storia.

Dunque, il Mario Capecchi del sottotitolo è proprio il vincitore del Nobel per la Medicina 2007 per le sue ricerche sulla genetica molecolare, nato in Italia e traferitosi negli Stati Uniti subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tuttora impegnato nello studio delle molecole che collegano ansia, depressione e disturbo ossessivo compulsivo, Capecchi è più che un self made man: è un uomo che ha imparato a cavarsela da solo e a superare le più grandi difficoltà della vita sin da bambino, contando solo sulle sue forze.

A cominciare da quando la madre lo affidò a una famiglia di montanari altoatesini per andare a combattere i nazifascisti. Arrestata al confine francese fu tradotta a Dachau e riuscì a sopravvivere, ma a costo della perdita irrimediabile della ragione. Quando infine, a guerra conclusa, la madre ritrova il figlio che era stato mandato via dalla famiglia per paura di ritorsioni fasciste e aveva vissuto di espedienti prima di finire in un orfanotrofio, senza mai poter contare sull’aiuto del padre, decide di portarlo con sé in America dal fratello, che lo accoglie assieme alla moglie nella comunità quacchera della Pennsylvania chiamata appunto Hill of vision.

Mario inizia così una nuova vita, senza avere mai frequentato neppure un giorno di scuola e dovendosi adattare velocemente a una nuova lingua, ad abitudini sconosciute e a valori che non gli appartengono, mentre la malattia della madre la allontana da lui ogni giorno di più.

L’inserimento nella nuova realtà non sarà facile ma avverrà nel modo meno prevedibile per uno che ha vissuto gli orrori della guerra in Italia, e cioè attraverso uno sport, il wrestling, di cui finirà per accettare le regole. E qui, proprio dove termina il film, inizia il percorso di Mario nel mondo della ricerca scientifica conosciuto per merito dello zio quacchero, che lo porterà al massimo riconoscimento nel giro di mezzo secolo.

Una parte della vita di Mario che viene solo annunciata nei titoli di coda perché – come ha confidato lo stesso scienziato a Roberto Faenza – la parte più interessante da raccontare in un film è stata l’infanzia.
Nonostante qualche rigidità nel flusso del racconto, la storia è bella di suo e contiene un messaggio che va oltre quel tipo di narrazione che piace molto al cinema e alla cultura degli Stati Uniti d’America.

Perché è vero che illustra la determinazione a non fermarsi davanti agli ostacoli e a perseguire la realizzazione dei propri sogni, è vero che tende a dipingere “buoni” e cattivi con uno schematismo un po’ eccessivo e persino oleografico, ma è anche un’illustrazione piuttosto efficace e accurata delle miserie umane.

Che vanno dalla famiglia di montanari che abbandona Mario al suo destino ai passanti che lo scansano quando chiede l’elemosina in mezzo alla strada (una forzatura narrativa perché Capecchi afferma di non averlo mai fatto), dai ricatti morali dell’orfanotrofio alla violenza del padre che incarna bene quella del regime fascista, fino al manicheismo dei valori americani così ben rappresentata dagli zii di Mario che credono in lui e dal preside della scuola che lo respinge.

Quest’ultimo arriva a espellere Mario per ben due volte a causa della sua indole ribelle e indisciplinata. Nella realtà la scuola pare lo avesse respinto perché lo considerava stupido, incapace di apprendere. Dunque, il titolo di Hill of vision potrebbe anche essere: “Il riscatto di un Nobel”.