Esordio in gotico siciliano. “Lo Scuru” dove tratta e caporalato fanno più paura del malocchio
In sala dal 23 al 25 febbraio (per Academy Two), come film evento, “Lo Scuru”, primo lungometraggio di Giuseppe William Lombardo, che traspone il libro omonimo di Orazio Labbate (edito prima da Tunué e ora da Bompiani). E mette in scena una Sicilia onirica e malsana, tra riti ancestrali e modernità alienata, maledizioni e sfruttamento dei migranti. Facendo propria, in questo, la lezione del miglior cinema di genere, quello che si nutre della realtà…

«Sono cresciuto ascoltando storie di bambini scambiati nelle culle nel cuore della notte. Ho vivido il ricordo di mia nonna rivolgersi a una “maàra” (maga), sua amica, per “curare” il mio primo attacco di panico, il primo della mia vita. Ricordo lo spicchio d’aglio sul mio ombelico con cui l’anziana signora cercò di “incantare i vermi”, che a suo dire generavano quelle ansie. Il rito non funzionò ma ne rimasi affascinato. Quel contrasto assurdo tra moderno e ancestrale».
Insomma, racconta qualcosa che conosce bene il palermitano Giuseppe William Lombardo (classe ’94) nell’horror, gotico e siciliano, Lo Scuru, in sala dal 23 al 25 febbraio per Academy Two (e poi successive altre date). Alla base del film, sceneggiato da Pietro Seghetti, c’è il romanzo omonimo di Orazio Labbate (edito da Tunué nel 2014 e ora da Bompiani), già al centro di un suo piccolo media franchise, che include anche il videogame prequel A Sicilian Gothic Tale.
Si torna, insomma, a parlare di quel genere che ha visto in Pupi Avati uno dei suoi cantori più noti, e proprio al bianco e nero del recente L’orto americano potrebbe far pensare la suggestiva fotografia espressionista di Sara Purgatorio. Sono però gli scatti di Ferdinando Scianna il riferimento dichiarato del giovane regista (qui al debutto nel lungometraggio), che nella sua gavetta ha collaborato anche con Roberta Torre, cui lo accomuna la tensione a rappresentare una Sicilia lontana dalle cartoline turistiche e nient’affatto accomodante verso gli spettatori.
Punta infatti a destabilizzarci la vicenda del protagonista Raz (Fabrizio Falco, Premio Mastroianni a Venezia per Bella addormentata di Marco Bellocchio), di cui intuiamo all’inizio un’infanzia traumatica che ne determina l’allontanamento dalla famiglia. Ormai adulto, ma ancora tormentato da incubi e allucinazioni, ridiscende dal Nord Italia all’isola natia, dalle parti di Butera, per assistere la madre (Simona Malato), affetta da gravi disagi psichici, dopo la morte (naturale?) della nonna e maga, anzi maàra (Guia Jelo). Ma è anche, forse, l’occasione di sciogliere l’angoscioso dilemma: Raz ha un vero disturbo mentale o piuttosto è la vittima di una maledizione?

Quello che segue è un labirinto onirico di intrighi noir, presenze disturbanti, oggetti arcani, abusi, vendette e solitudini, immergendoci nello “Scuru” del titolo, il buio dell’individuo, dell’esistenza e di un intero microcosmo socioculturale. Che appare scisso fra una modernità alienata e brutalizzante (i tralicci dell’alta tensione che si stagliano nel paesaggio arido, dai richiami esplicitamente western) e il fondo ribollente di tradizioni popolari ancora inquietamente vive, ibridando paganesimo e cristianesimo (memorabile il prete di Vincenzo Pirrotta, complementare in ambiguità al “laico” Fabrizio Ferracane), che tentano di dare forma e regole a una realtà caotica e ostile.
Non è però solo l’oscurità delle ombre, nelle immagini stranianti e febbricitanti del film, a trasmettere il malessere, ma anche il bianco crudele della luce, da purgatorio senza paradiso: in questo, la memoria cinefila potrebbe recuperare anche il Lucio Fulci di Non si sevizia un paperino, tanto per il peso di un Sole che si accanisce su una provincia malsana, quanto per lo spaccato di crimini e soprusi legati alla cruda materia della nostra società più che a leggi e forze occulte.
Nel caso de Lo Scuru, lo sfondo è la tragedia dei migranti morti in mare o sfruttati selvaggiamente sotto sistemi criminali (e “italianissimi”, col volto della guest-star Filippo Luna) di caporalato e tratta sessuale. Dove il volto di chi lotta per l’emancipazione dalle nuove (e antiche) schiavitù è quello di Daniela Scattolin, capace di rubare la scena al protagonista nei panni di Rosa.
E proprio in questa disponibilità a calare l’horror in un luogo storicamente dato e nelle sue emblematiche criticità, sta uno dei principali punti di forza di questo esordio. Che, pur scontando (soprattutto nell’ultima parte) la sovrabbondanza di materiali narrativi, si muove nella direzione giusta, quella del cinema di genere (italiano, e non solo) “poroso”, in grado di nutrirsi degli spunti offerti dal contesto sociale, e di restituire (e denunciare) quest’ultimo in una veste allegoricamente pregnante. Perché, come sappiamo sin troppo bene, niente fa più paura di ciò che l’uomo, anche senza l’aiuto di agenti metafisici, commette ancora oggi ai danni dei propri simili.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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