“Film di Stato” alle Giornate degli Autori. Dall’Albania al resto del mondo, la propaganda che si assomiglia
Presentato alle Notti veneziane delle Giornate degli Autori, “Film di Stato” di Roland Sejko, documentario dedicato ai quarant’anni della dittatura albanese raccontata attraverso il materiale di repertorio che il potere ha prodotto per raccontare sé stesso. Parate, cerimonie ufficiali e spettacoli, bagni di folla, inaugurazioni di monumenti. La propaganda si assomiglia tutta ad ogni latitudine e regime. Come del resto quelle contemporanee che celebrano l’amicizia Meloni-Edi Rama con i centri di detenzione italiani, fortunatamente poco frequentati …

Quarant’anni di storia albanese, raccontati attraverso il materiale d’archivio. È Film di Stato di Roland Sejko, presentato in anteprima alle Notti Veneziane delle Giornate degli Autori in accordo con Isola Edipo.
Il documentario sui 40 anni di dittatura di Enver Hoxha in Albania – dalla fine della seconda guerra mondiale fino al 1990 – è stato realizzato da un autore che in Albania è nato, ma vive in pianta stabile a Roma dal 1991 e dirige la redazione editoriale dell’Archivio Storico Luce.
Questo spiega l’interesse per l’Albania e per l’uso del cinema come arma di distrazione di massa da parte di un regista che ha al suo attivo un David di Donatello come miglior documentario per Anjia–La nave e un Nastro d’argento come miglior docufilm per La macchina delle immagini di Alfredo C. (nome di un operatore della propaganda fascista inviato in Albania a testimoniare la vita dei 27 mila reduci e civili italiani ivi trattenuti nel 1945).
Film di Stato, prodotto e distribuito da Luce Cinecittà, è una raccolta di immagini e suoni di grande impatto visivo e sonoro che il potere ha prodotto per raccontare sé stesso, arricchita da materiali d’archivio spesso inediti provenienti da fondi riservati o privati della nomenklatura albanese.
Le immagini e i suoni, sapientemente ordinati in un montaggio che fa da filo conduttore, sono talmente espliciti da non richiedere un commento che connetta i vari passaggi e spieghi alcune scelte davvero incomprensibili per chi non conosce la storia di quel paese. Ad esempio il voltafaccia che interrompe bruscamente l’amicizia “eterna” con il regime sovietico post staliniano ai tempi di Kruscev, accusato di revisionismo, e l’abbraccio mortale con il maoismo e la Cina di Ciu En Lai che chiude definitivamente le porte del paese al resto del mondo.
La nostra generazione assai politicizzata negli anni 70 e 80, e soprattutto coloro che simpatizzavano per la Cina di Mao senza conoscerne le aberrazioni, ricorderanno la totale ignoranza di ciò che avveniva in quegli anni in Albania, tanto che di Enver Hoxa non si conosceva neppure il volto, mentre l’Albania sapeva tutto di noi attraverso la tv che giungeva al di là dell’Adriatico. Non che di quel paese si è saputo molto di più dopo l’arrivo dei primi migranti su bagnarole superaffollate negli anni 90 (di questo racconta Anjia–La nave), al di là delle immagini sempre un po’ “di regime” che celebrano l’amicizia Meloni-Edi Rama e gli scorci dei centri di detenzione italiani, fortunatamente poco frequentati.
Di quel periodo, però, meraviglia non solo la sconcertante somiglianza del regime comunista con i regimi contro i quali si era combattuta una guerra sanguinosissima. Quanto a riti propagandistici, cerimonie ufficiali e spettacoli di regime, bagni di folla, inaugurazioni di monumenti, culto della personalità, arte piegata all’ideologia, tutte le dittature agiscono in modo analogo, che oggi ci appare autoreferenziale, pomposo e ridicolo.
Ma non è solo questo: l’uso del cinema come arma di propaganda, la cinepresa che entra nei luoghi di lavoro per mostrare l’adesione incondizionata dei lavoratori all’impianto ideologico del comunismo (davvero in questo caso sembrano immagini fotocopia dei documentari di regime ispirati da Mussolini), le folle che inneggiano al marxismo leninismo come al fascismo e invocano i nomi dei loro capi, tutto questo lascia stupefatti e inorriditi per la totale mancanza di critica, di ironia, di sobrietà.
C’è da chiedersi quale demone abbia attraversato il ventesimo secolo per addormentare le coscienze e spingerle all’abbraccio mortale con i dittatori che hanno imperversato nella prima e nella seconda metà del 900. Ma attenzione, il monito non è solo rivolto a un passato che non potrà più tornare in quelle forme: riguarda i meccanismi perversi del potere che si replicano ancora oggi con le armi della propaganda, la diffusione del conformismo di massa e la lotta spietata contro ogni forma di dissidenza, soprattutto contro il libero pensiero.
Molto significative, da questo punto di vista, le immagini che chiudono il film e che ci ripropongono la caduta degli idoli, con la folla che si scaglia contro i simulacri che avevano adorato fino a qualche anno prima. Ieri Hitler, Mussolini, Stalin, Ceausescu, Hoxha, Franco, Salazar. Oggi Putin, Trump, Xi Inping, ma anche Bolsonaro, Orban, Erdogan, Kim Jong-un. Davvero la storia non ha insegnato nulla?
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