Formidabili quegli anni. Quando la rivoluzione (culturale) si faceva col noi, in un doc (on demand)

Disponibile on demand (su Apple Tv, iTunes, Google Play, iTunes, CG Digital, Chili), “La rivoluzione siamo noi – Arte in Italia 1967/1977″ di Ilaria Freccia, da un’idea di Ludovico Pratesi. Viaggio in quel decennio cardine per la società italiana e per il fervore artistico che l’ha attraversata, descritta e, spesso, anticipata. È il racconto di esperienze senza pari, che ha fatto dell’Italia un laboratorio di enorme vivacità in grado di aggregare le migliori menti di una generazione artistica nazionale come di attrarre il meglio degli stranieri. E tutti  impegnati in azioni collettive discutendo di progetti e dell’orizzonte comune verso il quale dirigere le proprie ricerche come in un’unica azione collettiva…

Dopo aver visto il bel documentario di Ilaria Freccia, nato da un’idea della stessa regista e del curatore e critico d’arte Ludovico Pratesi, viene spontaneo esclamare, con Mario Capanna, formidabili quegli anni!

Stiamo parlando di La rivoluzione siamo noi – Arte in Italia 1967/1977, documentario prodotto e distribuito da Istituto Luce-Cinecittà e presentato in anteprima mondiale al 38mo Torino Film Festival.

La corposa raccolta di filmati di repertorio, gli interventi dell’epoca e le interviste, riducendo al minimo indispensabile quelle odierne, sono quanto di più eloquente per raccontare un decennio cardine per la società italiana e per il fervore artistico che l’ha attraversata, descritta e, spesso, anticipata.

Dieci formidabili anni che vanno dal 1967 al 1977 raccontati incrociando le performances artistiche coi luoghi dove queste avvenivano e con l’indispensabile fondale rappresentato dagli eventi sociali e politici che agitavano quella stagione estrema ed irripetibile.
È il racconto di esperienze senza pari, che ha fatto dell’Italia un laboratorio di enorme vivacità in grado di aggregare le migliori menti di una generazione artistica nazionale come di attrarre il meglio degli stranieri.

L’artista, si sa, è sempre vissuto come il vertice massimo dell’individualismo e per questo è spiazzante, alla luce dei protagonismi di oggi, scoprire o ricordare, per chi ne è stato testimone, come tante personalità artistiche potessero ritrovarsi in azioni collettive discutendo di progetti e dell’orizzonte comune verso il quale dirigere le proprie ricerche come in un’unica azione collettiva.

Nessuna turris eburnea separava gli studenti e gli operai in lotta, dai giovani artisti. Come spiega la regista in una recente intervista “Non c’erano soldi, si lavorava insieme, galleristi e artisti. Si progettavano insieme le mostre. Le opere venivano fuori in qualche modo, e anche i fotografi lavoravano con gli artisti integrando il loro lavoro. Erano opere anche difficili da guardare, erano happening. La mancanza di denaro, paradossalmente, conferiva energia e linfa vitale. Il denaro e il prezzo non erano l’obiettivo principale da raggiungere. L’importante era pagare l’affitto. Il mercato era totalmente assente, ma questo diventava un fattore artisticamente positivo. L’arte viene percepita come qualcosa di necessario e integrato al mondo.”

È il ’68 e quell’orizzonte non può che significare, come dice Alighiero Boetti, che “l’arte è uno strumento per decifrare la realtà”. Gli fa eco anche Paola Pitagora, avendo vissuto dall’interno l’epoca: “l’allarme è suonato quando la gente ha iniziato a pensare (…) un bombardamento di idee”.

L’arte è rivoluzionaria perché non avviene fuori dalla vita. L’arte è la vita stessa. Ma è anche oltre la politica, ha una forza che la politica non ha, si dice in un altro momento del doc. E soprattutto, l’arte deve predire il futuro.

Per questo e tanto altro il merito del film consiste principalmente nell’aver fatto parlare quasi unicamente i documenti dell’epoca e gli interessati esattamente nel momento in cui tutto quanto avveniva e prendeva forma. Del resto stiamo parlando del deflagrare dell’arte come azione performativa, dove lo spettatore è testimone e complice nello stesso tempo, coinvolto nell’attimo nel quale l’opera “avviene”. Esso stesso è l’opera.

Marina Abramovich, anche lei accorsa a Napoli su richiesta di Lucio Amelio, racconta come avesse dato corpo (il suo) alla performance nella quale si rendeva oggetto inanimato al pubblico che doveva partecipare pescando tra diversi oggetti, scelti tra quelli atti a dare piacere e altri destinati ad infliggere dolore…“Erano molti di più quelli che scelsero di dare dolore” per significare quanto la donna-oggetto della performance la dicesse lunga sul concetto di donna-oggetto e di come l’Italia rispondesse al tema.

Nello stesso tempo le azioni del Nouveau Realisme diventano sempre più ficcanti nel coinvolgimento del pubblico. Ma anche gli operai della Pirelli in lotta che si appropriano della statua di Vittorio Emanuele in piazza del Duomo a Milano impacchettata da Christo aggiungendo un involontario ma coerente ulteriore gesto artistico con gli striscioni e gli slogan. “L’opera d’arte passa nell’uomo e l’uomo passa nell’opera d’arte”, dice Joseph Beuys a conferma dell’impegno sociale contenuto nel gesto artistico e come La rivoluzione siamo noi testimonia.