Gene Hackman, un gigante uomo qualunque. Addio al volto simbolo della New Hollywood

Muore a 95 anni, in circostanze da giallo, Gene Hackman, uno degli attori simbolo della Nuova Hollywood. Per anni scelto come “uomo qualunque”, ha saputo ritagliarsi una filmografia dal ritmo vertiginoso, piena di titoli (più di 100), tra cui moltissimi diventati culto. Dai letterari “Il braccio violento della legge” e “Reds” fino a Wes Anderson, una carriera accanto a cui ha saputo coltivare anche altre passioni, su tutte la scrittura…

L’ultima volta Clint Eastwood lo volle Presidente degli Stati Uniti. Lui, Gene Hackman, per anni il perfetto signor Qualunque per mezza Hollywood (la metà che si poteva ammirare senza sentirsi in colpa). Il film era Potere assoluto, del 1997, tratto dal romanzo di David Baldacci. Solo che a ripensarci adesso, nel 2025, a un uomo qualunque che diventa Presidente cercando il potere assoluto, qualcosa suona drammaticamente vicino. Mentre quell’ attore, così potente nella sua semplicità, dal 27 febbraio è un po’ più lontano.

Gene Hackman è morto a 95 anni, in circostanze da vero giallo, su cui indagherà la polizia del New Mexico. Con lui, sono stati trovati morti anche la seconda moglie, Betsy Arakawa, stimata pianista, e uno dei suoi cani. C’è già chi ha ricordato la morte drammatica della madre, a cui andò a fuoco il letto per via di una sigaretta, come se le tragedie fossero ereditarie. La macchina speculativa, ormai lo sappiamo, non si ferma davanti a nulla. Ma Hackman, come tutti i grandi attori, non lo si ricorderà per la sua uscita di scena.

Ha dato tanto per rimanere nell’immaginario. Negli anni ‘70 era noto per essere l’attore più prolifico, chiudendo più volte l’anno con tre film nelle sale. Aveva fatto tutta la trafila dei migliori: le scuole di recitazione, i lavoretti per tirare a campare col sogno del palcoscenico (vendeva scarpe), Off Broadway, ossia la parte meno convenzionale del teatro newyorkese. Da lì lo trovò il cinema, prima con piccoli ruoli e poi con il primo personaggio vero e proprio, il fratello di Warren Beatty in Bonnie & Clyde.

Il braccio violento della legge - Robin Moore - Libro Usato - Mondadori - Oscar | IBSÈ l’inizio di tutto. Beatty se lo terrà stretto, volendolo poi anche in Reds, la sua rilettura dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo, indimenticabile memoriale dalla Rivoluzione d’ottobre di John Reed. Ma soprattutto lo nota William Friedkin, che dal romanzo omonimo di Robin Moore sta preparando uno dei suoi capolavori, Il braccio violento della legge. Hackman diventa Popeye, il brutale poliziotto protagonista, vince il primo dei suoi due Oscar. Soprattutto crea un personaggio che resta tra i più simbolici della Nuova Hollywood, di cui lui rimarrà un’icona, complici anche altri ruoli straordinari, come ne Lo spaventapasseri di Jerry Schatzberg, affianco ad Al Pacino, e, soprattutto, La conversazione di Francis Ford Coppola (entrambi Palma d’oro e, quest’ultimo, di nuovo in sala dal 10 al 16 marzo per Lucky Red).

Hackman non rinuncia a nulla. Né a far ridere nonostante i tanti ruoli drammatici, partecipando ad esempio a Frankenstein Junior, la meravigliosa parodia del ’74 del romanzo di Mary Shelley, in cui interpreta brevemente l’eremita cieco che offre la zuppa al malcapitato redivivo. Né alla politica, dichiarandosi a più riprese democratico convinto e spendendosi contro l’amministrazione di Richard Nixon, che lo inserirà nella sua lista dei nemici (sarà molto più morbido, invece, con l’ex collega Ronald Reagan).

Gli anni ’70 col loro ritmo forsennato li chiude sparendo brevemente dalle scene, dopo essere apparso sugli schermi nel 1978 come Lex Luthor, il cattivo di Superman. Torna in una commedia affianco a Barbra Streisand, Tutto in una notte, e nel giro di pochi anni riprende il suo passo da maratoneta. Già nel 1985 è di nuovo l’attore più presente di tutta Hollywood, mettendo il suo nome sui polizieschi di Alan Parker (per Mississipi Burning vincerà il secondo Oscar), le commedie di Woody Allen o Il socio, thriller legale di Sidney Pollack, tratto dal romanzo di John Grisham.

L’onnipresenza è stata in fondo la maniera con cui il pubblico ha imparato a volergli bene. I divi, infatti, o si amano o li si guarda senza partecipazione: in qualsiasi caso nella vita del pubblico ci entrano con la loro irreprensibilità. Hackman invece era sempre a portata di mano, o quantomeno di occhio, spuntava con una costanza vertiginosa, come un vicino di casa che si incontra costantemente nel tragitto tra la porta e il portone. Per quarant’anni è sempre stato lì, con la stessa intensità di recitazione, impossibile non trovare un ruolo a cui affezionarsi.

Chissà come, a margine della sua carriera densissima ha saputo coltivare anche interessi diversi, ma con la stessa dedizione. È divenuto anche scrittore, spaziando anche in quel caso tra i generi come ha fatto sullo schermo. In particolare amava muoversi attraverso i secoli, ambientando le sue storie tra gli eventi più significativi della storia americana come la Grande Depressione o la guerra civile. Ha pubblicato ben quattro romanzi, tutti inediti in Italia. L’ultimo nel 2013, quando ormai aveva lasciato la recitazione, dopo aver finalmente avuto un ruolo affianco all’amico di sempre, Dustin Hoffman (ne La giuria di Gary Fledere, sempre da Grisham), e aver partecipato a un ode ai primi film di un regista oggi di culto, Wes Anderson (I Tenenbaum).

Nel suo ricordo, il New York Times ha voluto riportare un’intervista in cui gli venne chiesto con che frase gli sarebbe piaciuto essere ricordato. Hackman, allora, rispose «He tried», ha provato. L’ennesima dimostrazione del polso innato per la giusta battuta. Nel salutarlo, possiamo dirlo con sicurezza, Gene Hackman non ci ha solo provato, ci è anche riuscito.


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.

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