“Gli indifferenti” in versione #MeToo. Se oggi Moravia è (troppo) politicamente scorretto
Dal 24 novembre sulle piattaforme on demand (con Vision Distribution) arriva “Gli indifferenti” di Leonardo Guerra Seragnoli, rilettura attualizzata all’oggi del romanzo d’esordio di Alberto Moravia. Stavolta la famiglia Ardengo trova il suo riscatto attraverso il personaggio di Carla, la figlia vittima delle laide bramosie di Merumeci, assicurando la svolta #MeToo alla storia, ma tradendone il dramma. Sarà che (anche) Moravia è diventato troppo politicamente scorretto per i nostri tempi?

Belli, giovani e vittime del denaro. Meglio, del denaro di famiglia che non c’è più, ma al quale non vogliono rinunciare per nulla al mondo. Quando hai conosciuto la ricchezza è ben più difficile ritrovarsi povero. E non viceversa, dice il vecchio adagio.
In ballo, infatti, c’è l’ultimo bene di casa: la casa stessa. Un atticone ai Parioli che vale milioni, diventato la moneta di scambio tra la vedova, Mariagrazia, madre dei due rampolli (i belli di cui sopra, Carla e Michele) e Leo Merumeci, l’imprenditore laido e senza scrupoli che da tempo si finge l’amante della ex-ricca signora, foraggiandola con lauti prestiti, per mettere a sesto il colpaccio e portarle via tutto. Compresa la figlia, sulla quale in segreto mette gli occhi. E in seguito ben altro.
Se Gli indifferenti di Alberto Moravia, suo esordio da antologia del Novecento appena ventenne, si fosse limitato a questa storia di ricchi che piangono, probabilmente non si sarebbe fatto notare come il romanzo di rottura, tanto osteggiato dal regime e poi acclamato dalla critica, che è stato.
Lo è stato, infatti, per aver gettato le basi dell’esistenzialismo, persino in anticipo su quello francese (uscì nel ’29 e La nausea di Sartre nel ’38 ), colpendo al cuore con la feroce lucidità dell’osservatore distaccato, la patologia morale della borghesia (allora fascista), quella sua paralisi interiore che impedisce slanci ideali ed emotivi, di cui sesso e denaro sono vuoti surrogati. Arrivando così a rendere i suoi personaggi capaci di accettare con indifferenza l’inaccettabile. In questo caso il matrimonio tra Carla e Merumeci, a coronamento simbolico di quell’universo in putrefazione in cui la ragazza si getta adattandosi ad ogni ipocrisia e perdita di valori.
Troppo duro per i nostri tempi? Sembrerebbe di sì se un autore alla moda come Leonardo Guerra Seragnoli (Last Summer e Likemeback) nella sua rilettura di Moravia (sceneggiata con Alessandro Valenti) ha scelto di cambiare il finale in chiave #MeToo, offrendo di fatto un happy end e una via di fuga alla “sua” Carla (la giovane Beatrice Grannò) trasformandola da indifferente a “denunciante”. Così da farne una bandiera, un personaggio positivo, buono per le platee ormai assefuatte al politicamente corretto.
Con una Valeria Bruni Tedeschi all’apice della sua consueta nevrosi (nei panni di Mariagrazia), Vincenzo Crea nelle vesti incerte del figlio, Edoardo Pesce in quelle (azzeccate) del volgarissimo Merumeci e, infine, Giovanna Mezzogiorno in quelle dell’amica di famiglia, Gli indifferenti di Leonardo Guerra Seragnoli, nel tentativo già detto di attualizzare il dramma della famiglia Ardengo ai giorni nostri, perde di vista il dramma stesso. Mentre l’eleganza formale della messa in scena poco può fare a fronte di una narrazione che, passateci il facile gioco, lascia indifferenti.
O forse no. Fa venire voglia piuttosto di (ri)vedere il primo adattamento del romanzo di Alberto Moravia, quello del ’64, firmato da Citto Maselli. Quello sì un capolavoro e non solo per il cast stellare (Rod Steiger, Shelley Winter, Paullette Goddard, Claudia Cardinale e Tomas Milian) di quelli che oggi non potrebbe sognare nessun regista italiano. Ma proprio per la rilettura personalissima del testo compiuta in tutta libertà da Maselli, capace allora, di anticipare gli umori del ’68. A riprova che ci sono tradimenti e tradimenti.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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