Il tragitto quotidiano del prof Pasolini. Diario di periferie tra Rebibbia, Ponte Mammolo, Ciampino

In occasione del convegno “Pasolini e la Realtà dei Diseredati – Galdós, 100 anni dopo” – dal 23 al 25 novembre online- che affianca lo scrittore friulano e lo scrittore canario Benito Pérez Galdós (1843-1920), pubblichiamo l’intervento di Enzo Lavagnini (“Pasolini e la misera Città – Diario di periferie: Rebibbia, Ponte Mammolo, Ciampino”) in collaborazione con Ivano Di Carlo. Il convegno è nell’ambito del secondo Congresso Annuale della EMUI_EuroMed University …

Vi vorrei parlare di un tragitto giornaliero. Un percorso che si snoda da Rebibbia, una borgata della periferia romana, a Ciampino, allora periferia – pure essa – di quella Roma degli anni cinquanta.
Vi vorrei parlare di un viaggiatore diuturno. Un giovane professore che nel suo attraversare quella città, da una periferia all’altra scrive, pensa, studia. Un percorso fatto da due autobus e un trenino.
Il viaggiatore è il professor Pier Paolo Pasolini che, ogni giorno, dal 1951 al 1954, si reca da Rebibbia fino alla scuola di Ciampino dove insegna.
Con quale stato d’animo?
Vediamolo …
Da come fissa lo sguardo sulle cose e sulle persone, da come ascolta attento, potremmo vedere che Pasolini è una sorta di curioso esploratore.
In effetti, Pasolini è “anche” un esploratore “sociale”. Un bravissimo esploratore “della Società in cui vive”.
Lo osserviamo intento con il suo taccuino per gli appunti sempre alla mano, con il piglio del ricercatore: “inquadra e dettaglia” panorami, cose, persone, dialetti, espressioni verbali, parole …
In fondo lo è già stato un esploratore, nei “suoi campi” del Friuli; ora lo è nelle borgate romane; e più avanti lo sarà nell’osservazione del Terzo Mondo.
Ma in che modo Pasolini si “immerge” nei luoghi?
Di un un suo noto viaggio in India, ecco quanto riporta su un diario:
“Io avevo voglia di stare da solo, perché soltanto solo, sperduto, muto, a piedi, riesco a riconoscere le cose”. (Pier Paolo Pasolini, L’odore dell’India).

Questo è il “modo” attivo di Pasolini di conoscere, e di riconoscere: solo, sperduto, muto, a piedi. Anche quando è “solo un viaggiatore”, un “turista”, come accade in India. Sopra ogni cosa e sempre: non vuole sprecare tempo, dilapidare quello che ha a disposizione. Vuole “entrare tra le persone, vivere i luoghi”. Questo il suo stato d’animo permanente.
Si “cala” dunque nei luoghi in modo totale e diventa una cosa sola con loro, con chi quei luoghi abita.

Tra le tante altre abilità che ha dimostrato, da cineasta a poeta, Pasolini è stato dunque “anche” un professore. Vale la pena ricordarlo. Ma un professore davvero molto diverso da tanti altri.
Enzo Golino, autore di un fondamentale Pasolini, il sogno di una cosa (pubblicato originariamente da Il Mulino 1985), il volume che per primo prende dettagliatamente in esame proprio la vocazione di pedagogo di massa (come è noto anche sulle pagine del Corriere della Sera) e di insegnante, del grande poeta, ha ricostruito questo aspetto con splendide citazioni tratte da tutta l’opera narrativa e poetica di Pasolini, nella quale in controluce – da Ragazzi di vita in poi – è sempre evidente la “voglia di insegnare”, l’appello al “discorso educativo” rivolto sia ai protagonisti del romanzo che al lettore. Un aspetto, quello pedagogico, che Pasolini, in alcuni scritti già nel periodo friulano – come sappiamo-, ha addirittura teorizzato.

Dunque: dal presente, vivido “mito popolare”, dapprima della campagna friulana poi delle borgate romane, fino alla società di massa, l’ansia per una civiltà stravolta dal consumismo è incombente: tutto si riflette nella narrazione pasoliniana con un intento disperatamente educativo, che tenta, come può, di riallacciare i legami con l’uomo, con l’individuo, tratti d’unione che la società contemporanea con le sue abbondanti nevrosi hanno divelto.

Istantanee di quei giorni a Ciampino, nella media della Scuola parificata Francesco Petrarca:
Interminabili le partitelle a calcio che il professor Pasolini giocava coi ragazzi di Ciampino, tra una lezione e l’altra, proprio a due passi dal Sacro Cuore, il convento bombardato divenuto ospizio per sfollati e disperati un po’ d’ogni genere.
Vincenzo Cerami, scrittore ed allievo di Pasolini, ha raccontato come era la Ciampino d’allora: una cittadina in formazione, povera, tutta vigne, strade ancora sterrate e tanti villini e casette sparse.
I genitori di ognuno, per prudenza, raccomandavano ai ragazzi di non mettere piedi nello “spaventoso” convento bombardato, che veniva loro descritto come un luogo amorale, un inferno .

Vincenzo Cerami ha anche ricordato un episodio intimo della propria vita: la difterite che lo fece restare cieco per quasi un anno, proprio prima di cominciare a frequentare le lezioni di Pasolini. La malattia lo aveva molto segnato anche psicologicamente; Pasolini lo aiutò ad uscire dal guscio di timidezza in cui si era cacciato – lo aiutò, come faceva con tutti gli allievi, e sempre, insegnando loro soprattutto a conoscere se stessi – . Aiutò Vincenzo Cerami facendogli amare quella scrittura, che poi nel tempo diventerà il suo mestiere.

Tante sono le testimonianze di altri allievi, cui lo “speciale” professore ha indicato la strada che portava alla loro propria originalità. Tanti gli allievi che, persi, confusi, nel corso degli anni hanno cercato un consiglio del professor Pasolini.
Nei suoi articoli per un noto quotidiano romano Vincenzo Cerami ha anche raccontato una miriade di piccoli ricordi, piccoli aneddoti, del “professore” e della classe, viaggiando nel tempo ad occhi aperti: a cominciare dai metodi didattici (meglio partire dai poeti di oggi e fare il cammino all’indietro e così arrivare ai “classici”; l’impartire poi delle lezioni che spaziassero senza soluzione di continuità tra la geografia, la storia, l’italiano ed il latino; lo studio dei verbi e delle declinazioni, aiutandosi coi disegni alla lavagna, ed anche con piccole “teatralizzazioni”), ed ha ricordato l’affetto sincero che i ragazzetti “per bene” di Ciampino, figli di militari o di piccoli funzionari statali, portavano, e portano tutt’ora – quelli ancora in vita -, per quel professore, così poco ortodosso, così estremista, così imprevedibile e – addirittura – “comunista”.

Vincenzo Cerami e Pasolini, Ostia

Dunque, passata la guerra, con le sue catastrofi, per via delle “catastrofi” personali cui era andato incontro, Pasolini si trovava a fare l’insegnante per un piccolo stipendio in questa località a 14 chilometri da Roma che stava appena per affrontare un considerevole incremento di abitanti, abitanti che nel frattempo erano già diventati più di 5.000. Le cause di questo aumento erano state le stesse di Roma (Ciampino dista solo 14 chilometri dal Campidoglio; Roma si può raggiungere facilmente con il treno), ed in fondo anche quelle nazionali: il dopoguerra aveva portato ovunque un forte inurbamento; di questo inurbamento costituirono una buona parte gli “sfollati” di vario genere, quelle tante persone che la Seconda Guerra mondiale aveva lasciato senza un tetto e senza un lavoro.

Le gite, le chiacchierate, l’attesa quotidiana del “professore” da parte degli allievi alla stazione di Ciampino, la voglia di studiare, i temi, “liberi” piuttosto che quelli “di fantasia”, per imparare in tal modo ad essere sinceri ed attenti: tutto delinea un contorno di partecipazione spirituale, di piccola e coesa comunità, nella quale si staglia questo uomo, timido e risoluto, che vuole preservare a tutti i costi i suoi allievi (leggi i suoi “lettori”, gli “spettatori” dei suoi film) dallo spettro terribile della banalità, del conformismo, del rinunciare ad avere una propria personale ed irripetibile individualità, di conoscere, conquistare e difendere la propria irripetibile originalità.

Un discorso ed una battaglia contro ogni forma di omogeneizzazione che dà già, per proprio conto, tutto il senso e la ragione della “arrabbiata” ribellione – di tutta una vita! – di Pasolini alle mostruose, scontate ovvietà (sociali, affettive, culturali) che diventano “pensiero dominante” e in cui talvolta ci troviamo a vivere senza avere il coraggio di contestarle, o magari prendere spunto e così tentare di camminare per la nostra strada.
Oggi possiamo avere mille legittimi dubbi sul fatto che Pasolini desiderasse essere effettivamente riconosciuto e ricordato (anche) come un “professore”, cosa che talvolta invece, magari arbitrariamente, facciamo.
Viene a proposito ricordare come, nella sua ultima intervista televisiva, rilasciata alla tv francese, ad una domanda rivelatrice proprio sul darsi una auto-definizione “professionale” risponde, assai “liberamente”: “Sul mio passaporto c’è scritto semplicemente: scrittore”.

Giulio Romani, Pasolini, Cerami, Ostia

E davvero conviene che sia così, di averli insomma questi dubbi, nella furia tassonomica che talvolta ci assale. Ossia, sul fatto stesso che noi lo si possa considerare (anche) un “docente” o anche tante altre cose.

A proposito dell’incertezza delle “collocazioni” ogni argomento è infatti sicuramente fondato. Solo paragonare poi l’ampiezza della poliedrica produzione artistica, poetica, saggistica di Pasolini, all’attività pedagogica, tutto sommato ridotta, e anzi si potrebbe dire “marginale”, “complementare” fa rendere drammaticamente conto delle sproporzioni in campo.
Se dall’attività educativa in senso lato, arriviamo poi alla “scuola”, cioè alla “istituzione scolastica”, al suo valore sociale, alla sua necessità, alle prerogative, allora le cose si complicano ancora un pochino in più, se possibile. Le distanze tra la scuola e Pasolini in questo caso possono diventare siderali; distanze, per certo, almeno dal modello scolastico classico-dominante, ministeriale; non davvero nei confronti di modelli sperimentativi come quelli, ad esempio, della Scuola di Barbiana di Don Milani, ma per certo invece nei confronti dei programmi didattici diramati dai dirigenti scolastici. Una “lontananza” risolta, si fa per dire, con la sbrigativa provocazione, una “modesta proposta” alla Jonathan Swift, di invitare a “divorare” gli insegnati della scuola dell’obbligo e così disfarsene.

Eppure: eppure tra i tanti oggetti trovati nell’auto di Pasolini la notte in cui fu ucciso, e poi catalogati come “reperti” dalla polizia, esposti anche in una non recente mostra, scopriamo tra le altre cose un libro di Friedrich Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole, un testo molto critico sulla scuola, che era alla lettura di Pasolini in quei giorni. Comunque, un testo sulla scuola.
Scuola dunque sempre presente nei suoi pensieri? Chissà?

C’era poi in quelle giornate degli anni ’50, il “ritorno” da quel viaggio quotidiano a Ciampino. Era il ritorno in borgata. Nella sua casa a Rebibbia, proprio a ridotto del carcere, dove viveva con la madre.
Leggiamo questi pochi versi, tratti da Il pianto della scavatrice:

Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città
e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno
era un calvario di sudore e di ansie.

Lunghe camminate in una calda caligine,
lunghi crepuscoli davanti alle carte
ammucchiate sul tavolo, tra strade di fango,
muriccioli, casette bagnate di calce
e senza infissi, con tende per porte…

Erano dunque esperienze totalmente diverse quello che lo attendevano in borgata, rispetto a quelle di Ciampino. Una realtà materiale ed antropologica totalmente dissimile.
La borgata era l’altro “contesto”; quasi il “rovescio” di Ciampino.
A Rebibbia, a Ponte Mammolo, sul fiume Aniene. O a Pietralata. O ai Monti del Pecoraro. Qui si formava, e si provava, l’animo di Pasolini.

Sono i luoghi di un’Italia quelli, di una Roma, ancora ignota a tutti; quelle borgate viste come luoghi promiscui ed infernali che in pochi hanno visitato e che nessuno ha mai descritto. Sono i luoghi nei quali invece Pasolini impreziosirà le sue sensibilità: qui conoscerà i fratelli Citti, Mario Cipriani, lo “Stracci” della Ricotta, Sergio Taglione e tanti altri autentici “borgatari”: molti dei quali divennero “suoi” attori. O personaggi dei suoi romanzi “romani”. “In borgata Paolo era uno di noi”, ha rivelato più volte l’amico fondamentale Sergio Citti, esperienze di carcere e poi una vita “liberata” che lo condurrà fino alla regia cinematografica.

Un particolare: da tener conto infatti, per precisare ancora meglio su “ruoli” e “rapporti”, che in borgata, informazioni dedotte sempre da interviste, Pasolini era per tutti uno di “casa”. Secondo i luoghi era chiamato “Pà”, “Pierpà”, o “Paolo”. Talvolta, vale la pena qui riferirlo per “colore”, quando si recava al biliardo, dai fratelli Citti e dal loro gruppo, anche “Gecche Palans”, per una certa somiglianza con il segaligno attore americano Jack Palance, il “cattivo” di tanti film western.

Nelle borgate c’era la parte più tenebrosa ed intensa della sua giornata: parte “pulsante”, “ignota”, “esposta”, affrontata sempre con lo stesso piglio da insegnante e ricercatore. Parte pienamente complementare a quella di Ciampino. E sfidata, conosciuta allo stesso modo: col corpo, senza schermi, senza pregiudizi, oltre ogni paura, con i soli obiettivi di conoscere e di vivere pienamente.
In borgata o a Ciampino, è questo il tratto comune di quei giorni e di quei tragitti: immergersi, esplorare, capire… lungo la linea delle periferie, delle diverse periferie, tutte però “egualmente” lontane dal “centro” …


Enzo Lavagnini

Regista, sceneggiatore, produttore e critico cinematografico. Suoi i documentari: "Un uomo fioriva" su Pasolini e "Film/Intervista a Paolo Volponi". Ha collaborato con Istituto Luce, Rai Cultura e Premio Libero Bizzarri. Tra i suoi libri, "Il giovane Fellini" , "La prima Roma di Pasolini". Attualmente dirige l'Archivio Pasolini di Ciampino


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