Il cinema di profondità di Frammartino. Dall’abisso alla sala

In sala dal 23 settembre (per Lucky Red) “Il buco” di Michelangelo Frammartino che passato in concorso al Lido ha sorpreso ed emozionato. La discesa in una cava calabra nel 1961 diventa il pretesto per esplorare le dicotomie e i contrasti tra due mondi diversissimi. Premio speciale della Giuria di Venezia 78 …

Sulle pendici del Pollino, in Calabria, c’è un’apertura verso un mondo oscuro. È l’Abisso del Bifurto, detto anche la Fossa del Lupo, esplorato per la prima volta da una squadra di speleologi milanesi nel 1961. È anche il centro nevralgico de Il buco, il terzo lavoro di Michelangelo Frammartino, passato a sorpresa in concorso a Venezia.

Dentro l’abisso di lupi non ce ne sono e anche in superficie non sembra abbondino, vista la calma sorniona con cui le mucche, uniche avventrici della zona, pascolano attorno alla fossa. Forse non esattamente uniche, tra la nebbia e il silenzio della valle si propagano i richiami di un anziano del posto. I suoi primi piani sono tra le immagini più intense del film.

Frammartino parte dall’evento storico per farne il paradigma di un racconto più profondo. La squadra di speleologi penetra come un corpo estraneo, dorme in una chiesa nella stessa posa del Cristo deposto e lo attraversa fino ad arrivare all’ingresso della Fossa.

Si apre così la crepa che il regista, come uno speleologo, inizia ad esplorare. Da una parte la discesa verticale della squadra, che cerca il cuore della terra. Dall’altra il mondo orizzontale, bloccato nella sua rugosa ruralità, della valle calabrese e dei suoi abitanti, che si dividono tra lavoro, preghiere e televisione la sera.

Sono le due velocità dell’Italia di quegli anni: il nord del boom e il sud che lo osserva attraverso la televisione. Il gruppo di esploratori compie in realtà al contrario il tragitto tipico di quegli anni. Perché è nel Mezzogiorno che ancora non ha trovato il modo di coprirli col catrame, che gli abissi si rivelano.

Nessuna colonna sonora, poche sparute parole che arrivano allo spettatore quasi per errore. Sono altre le colonne portanti del film. Il sonoro designato da Benni Atria (autore anche del montaggio), che conferisce una spazialità ampia ma allo stesso tempo claustrofobica. E la fotografia sontuosa, in particolare nelle oscurità dell’abisso, di Renato Berta.

Soprattutto si conferma sorprendente la regia di Frammartino che meriterebbe il giusto riconoscimento quando Bong Joon-Ho aprirà la gabbia dei leoni. Anche per la capacità di girare realmente all’interno della fossa e per aver fabbricato un film in grado di reggersi perfettamente contando solo sulla potenza delle proprie immagini.

Dopo Le quattro volte, che lo ha consacrato alla ribalta internazionale passando alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes erano in molti ad aspettare dal regista calabrese il salto definitivo. Lui si è fatto attendere undici anni e Il buco è la sua prova del fuoco e del fuoco stesso fa un uso interessantissimo: per chi scava fonte di luce, per chi rimane in superficie fonte di calore.

Le chiavi di lettura simboliche si espandono in mille direzioni, Frammartino ha parlato dell’inconscio e della sua relazione con il cinema, ma c’è anche il prometeico desiderio dell’uomo di spingersi il più in là possibile con la propria conoscenza e la morte di una cultura contadina che in quegli anni veniva soppressa rapidamente dall’uniformante benessere economico.

C’è, per dirla con una formula breve, la scoperta (o riscoperta) della profondità. Sia essa di analisi o di costruzione del film. Sebbene abbia, come tutto, i propri limiti. La grotta che sembra eterna a 678 metri ha il suo fondo. E un cuore, semplicemente, cessa di battere.