L’altra Venezia 78. Cinque anni nella vita di Jamila che voleva vivere in “Californie”

Premiato col Label Europa Cinemas alle Giornate degli Autori dove è stato presentato, “Californie” di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman è un sorprendente ibrido tra realtà e finzione. Un racconto di formazione ambientato a Torre Annunziata dove cresce – letteralmente nel corso di cinque anni – la ragazzina protagonista di origini marocchine. Sarà distribuito da Fandango …

Il titolo Californie nasce da un refuso. L’insegna del negozio di parrucchiere di Torre Annunziata dove lavora Jamila, la protagonista del film, doveva riportare la scritta California.

La ditta incaricata ha commesso l’errore e cambiare adesso costerebbe troppo. Il film di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, prodotto da Ang Film con Rai Cinema, incuriosiva già dal titolo e non ha deluso le attese del pubblico al festival del Cinema di Venezia, dove ha vinto il Label Europa Cinemas alle Giornate degli Autori.

L’interprete è Khadjia Jaafari, una ragazzina di origini marocchine che vive a Torre Annunziata. I registi l’hanno vista crescere, letteralmente, per cinque anni: dai 9 ai 14 (conosciuta sul loro precedente set, Butterfly). E l’hanno raccontata attraverso la lente del loro obiettivo, seguendo la sua trasformazione in Jamila, la protagnista di Californie, mescolando finzione e realtà .

Jamila e la sorella maggiore vivono e sognano come i ragazzi della loro età e parlano napoletano stretto (tanto da richiedere i sottotitoli). La famiglia però è sotto la lente dei servizi sociali. I genitori lavorano in modo precario e Jamila ha smesso di frequentare la scuola dell’obbligo.

Preferisce il lavoro di apprendista parrucchiera, che le consente un minimo di indipendenza economica. Sogna così di tornare un giorno in Marocco dove il padre è dovuto tornare dopo aver preso l’impiego, o forse no. Chissà se mentre trascorrono gli anni la California finirà per trovarla in Italia.

In breve siamo nel cuore del disagio della periferia, con l’aggravante della condizione di immigrati. Il tutto descritto con precisione documentaristica ma non senza una tenerezza di fondo. Merito anche della bravissima ed espressiva Khadia Jaafari, di un gruppo di attori che si muovono non estrema naturalezza e di una videocamera che asseconda i movimenti e i dialoghi come se fosse in presa diretta.

Da menzionare le musiche discrete ma efficacissime di Giorgio Giampà e una battuta da incorniciare: “Vent’anni di don Matteo e nessuno si è fatto prete. Quattro anni di Gomorra e sono diventati tutti camorristi”.