Il fascino del “cinema di papà”. Il Diabolik dei Manetti dall’anima in bianco e nero

In sala dal 16 dicembre (con 01 Distribution) “Diabolik” attesa versione cinematografica del fumetto delle sorelle Giussani firmata dai Manetti Bros. Il film è un monumento allo stile e all’estetica che hanno reso iconico il fumetto e l’hanno portato vicino alle 900 avventure di carta negli anni Sessanta. È anche un viaggio a ritroso nel cinema d’epoca …

Diabolik è prossimo ai 60 anni. Non ha superpoteri. Ha per mamme, in fumetto, due colte signore borghesi che nel 1961 non gli disegnano intorno la darkness di Gotham City, ma la Milano del Boom, anche se la chiamano Clerville. Appartiene alla paleologia dell’analogico, quando i telefoni avevano il filo e il cartaceo non era stato rimpiazzato dai file. È vintage. Di più: è anacronistico. Su che terreno possono mai sfidare i Manetti Bros. Spider-Man- No Way Home col loro Diabolik made in Italy, che esce quasi in contemporanea il 16 dicembre? Paradossale ma semplice: su quello della filologia.

C’è uno spirito romantico che anima questo Man in Black nostrano del secolo scorso, glaciale, cinico e decisamente geniale. È lo spirito contemporaneo di un immaginario filmico più ingenuo, meno drogato dagli effetti speciali, con gli split screen (lo schermo cioè diviso in sezioni) di certi prodotti seriali preistorici d’importazione come Il Santo e Attenti a quei due, con la cartapesta degli agenti segreti di serie B che tallonavano il successo di 007 risparmiando sul budget.

Diabolik, il film, è un monumento allo stile e all’estetica che hanno reso iconico il fumetto e l’hanno portato vicino alle 900 avventure di carta. Ma è anche un viaggio a ritroso nel cinema d’epoca, quando il ladro d’alto bordo Cary Grant scorrazzava per la Costa Azzurra sulle decappottabili per conto del vecchio Hitch. Non bara, non imbottisce la mitica Jaguar di congegni avveniristici, non strizza l’occhio al popolo dei videogame. Ostenta botole segrete rudimentali e fette di montagna comandate a molla. Ci vuole coraggio per mettere in pista, coi tempi che corrono, un film tanto controcorrente.

Luca Marinelli (Diabolik), Miriam Leone (Eva Kant), Valerio Mastandrea (l’ispettore Ginko): sono loro a incarnare il terzetto già portato sullo schermo nel remoto 1968 da Mario Bava e da allora mai più, fatta salva una serie animata calibrata sul pubblico dei ragazzini. Danger: Diabolik, il film di Bava che flirtava con la psichedelia pop, nel corso del tempo è diventato un piccolo culto, ma il suo eroe era più vicino a James Bond che alla creatura delle Giussani.

I codici di recitazione di questo nuovo Diabolik sulle prime possono lasciare sconcertati. Poi ricordi che esiste un voto di fedeltà alle tavole in bianco e nero, e che anche i personaggi di contorno (molti dei quali già rodati dai Manetti in Song’e Napule e Ammore e malavita, come Serena Rossi, il “perfido” Alessandro Roja, Claudia Gerini) si adeguano a testi programmaticamente “sopra le righe”.

Mastandrea-Ginko e Piergiorgio Bellocchio, che è il suo braccio destro – nonché produttore esecutivo del film – si ritagliano però uno spazio di autonomia libero e liberamente gestito. Mastandrea non si è ripassato, per il ruolo, gli albi della sua infanzia: “Mi sono tenuto l’immagine di Ginko che ricordavo, quella del Nemico, perché tifavo per Diabolik. Ma sono due facce della stessa medaglia, nessuno dei due esisterebbe senza l’altro”. Mi ha detto nello specifico come ha voluto renderlo lui: “Come un personaggio quasi mitologico, perché la sua esistenza si basa sulla rincorsa perenne. La vittoria, per Ginko, significherebbe la sua fine. Rispetta puntigliosamente la Legge forse proprio per evitare di catturare la sua preda”.

La storia del film è quella del terzo episodio, L’arresto di Diabolik, del 1° marzo 1963, in cui il Pericolo Pubblico di Clerville conquista Lady Eva Kant e con lei un nuovo rispetto per la donna, sua pari e non subalterna: un salto di qualità che molto racconta sul progressismo femminista ante-litteram delle Giussani. Lei è una ricca aristocratica dal passato oscuro, ricattata dal vice-ministro della Giustizia Roja, il cui peccato più grave – almeno ai miei occhi – sono certe giacche da arresto.

È inevitabile che la fame di emozioni sia galeotta per l’incontro con Diabolik. Ma è lei a prendere l’iniziativa, perché è tosta quanto lui. In capo a due ore e passa di peripezie (che comprendono anche la decapitazione con ghigliottina di un finto Diabolik) avrà imparato tutto sull’arte del furto, dei salvataggi dell’amato in extremis, e naturalmente delle maschere e dei travestimenti.

La suspense della vicenda si affida, proprio come usava una volta, alle musiche di Pivio e Aldo De Scalzi, con tutti gli effetti dei “gialli” d’annata e i violini che si impennano sul primo fatidico bacio. È un amarcord del “cinema di papà” che fa venire nostalgia. Manuel Agnelli in versione solista apre e chiude. Canta: “C’è chi insegue la sua occasione, c’è chi insegue la propria fine, c’è chi insegue la sua ossessione”. Due canzoni per i Manetti. In sintonia e per coerenza, da crooner di vecchia scuola.

Resta da stabilire per chi tiferanno, dal 16 dicembre, i figli di Mastandrea, in attesa del sequel, che è già a lavorazione inoltrata. “La sola certezza è che l’unico che parla, dei due, si preoccuperà di dirmi quanto cane sono stato. È il mio critico preferito. Non sbaglia quasi mai“.

Fonte Huffington