Il vento può soffiare ancora. Salvatore Mereu riaccorda il cinema col ritmo della natura

In sala dal 15 settembre (per Viacolvento e Artex Film)”Bentu” di Salvatore Mereu, nuova poetica parabola del regista sardo sul conflitto tra uomo e natura, tra tradizione e modernità. Ancora una volta l’ispirazione è letteraria: dall’omonimo racconto di Antonio Cossu con protagonista un sorprendente Peppeddu Cuccu, il bimbo che sessant’anni fa fu interprete di Banditi a Orgosolo di Vittorio De Seta. Cinema antropologico che tocca il cuore. Passato in concorso alle Giornate degli Autori, unico italiano …

In Bentu , unico italiano in concorso alle Giornate degli Autori, c’è un indizio fra tutti che svela le radici del cinema di Salvatore Mereu. È Peppeddu Cuccu, interprete bambino sessant’anni fa di Banditi a Orgosolo di Vittorio De Seta e qui straordinario protagonista di questo nuovo poetico tassello del percorso artistico del regista sardo, narratore rigoroso fin dagli esordi (Ballo a tre passi, 2003) del rapporto fra tradizione e modernità nella sua terra.

L’altro indizio, ancora più evidente, è il libro da cui parte: Il vento e altri racconti (edizioni AEDES) di Antonio Cossu (1927-2002) scrittore e docente che della cultura sarda è stato un militante appassionato, con occhio sempre attento al sociale, così da essersi legato giovanissimo al Movimento comunità di Adiano Olivetti.

Un autore, insomma, Cossu che per tematiche e passione politica ben si lega agli altri scrittori che Mereu ha incontrato fin qui portandoli al cinema: Giuseppe Fiori (Sonetaula), Sergio Atzeni (Bellas Mariposas) e Giulio Angioni (Assandira). Tre autori sardi che, ciascuno a suo modo, raccontano di culture arcaiche che resistono e di sfruttamento del territorio, di infanzia e conflitti sociali.

Che sono poi i temi del cinema di Salvatore Mereu, spesso condivisi con i suoi studenti (insegna Produzione multimediale all’ Università di Cagliari) qui anche complici del nuovo progetto. Temi, dicevamo, che ritroviamo con nuova forza simbolica in Bentu. Siamo negli anni Cinquanta tra le sperdute colline del Trexenta, granaio d’Europa fin da epoca romana. Qui incontriamo Raffaele (Peppeddu Cuccu) un vecchio contadino che prepara con cura la sua aia, in attesa che il vento possa “spazzarla”, che separi cioè i chicchi dalla paglia. Sarà quel suo prezioso mucchietto di grano la scorta di farina per l’inverno.

Il vento però non arriva. Mentre Raffaele resta lì ad attenderlo con ostinata tenacia, senza mai abbandonare la postazione. Sa che nelle campagne più in là è arrivata una trebbiatrice (la vediamo in lontananza) che in poche ore farebbe il lavoro di giorni, ma lui non si arrende e aspetta.

A interrompere la sua solitudine sono le visite di Angelino (un piccolo Giovanni Porcu in assoluto stato di grazia), un ragazzino di dieci anni che recapita a Raffaele cibo e messaggi della moglie rimasta in paese. E che soprattutto vorrebbe cavalcare la bellissima puledra del vecchio contadino. Non ha l’età per farlo e può essere pericoloso, lo mette in guardia Raffaele. Dovrà aspettare di essere più grande. Ma Angelino non vuole aspettare. L’attesa non si addice alla giovinezza.

È un film antropologico Bentu, col volto di Peppeddu Cuccu che sembra scolpito nel sughero, mentre i suoi gesti così autentici restituiscono secoli di fatiche nei campi, che qui sono protagonisti a loro volta col giallo intenso del grano e l’azzuro folgorante del cielo. È anche un racconto di formazione Bentu in cui il rapporto tra il vecchio e il bambino, fatto di pochissime parole è un contatto di anime che tocca il cuore. È un film, insomma, che prova a riaccordare il ritmo dell’uomo con quello della natura, per sfuggire al precipizio del mondo che abbiamo davanti. Utopia non per tutti del resto come lo stesso film. Eppure il vento, per chi lo sa attendere, può soffiare ancora.