Se il figlio diventa padrone. La Sardegna di Mereu indica la strada (giusta) del cinema italiano

Passato Fuori concorso, “Assandira”, nuovo film letterario di Salvatore Mereu con protagonista Gavino Ledda, lo scrittore che ispirò il capolavoro dei Taviani, “Padre padrone”. Qui l’ispirazione viene da un altro grande narratore della cultura arcaica sarda, il poeta e antropologo Giulio Angioni con un giallo identitario che, a partire dallo sfruttamento del territorio da parte dei turisti in cerca di folklore, riflette sul nostro rapporto con la natura e la consapevolezza che il pianeta non è esclusività del genere umano. In sala dal 9 settembre (per Lucky Red) …

Padre padrone quarant’anni dopo. E non solo perché in scena c’è Gavino Ledda con quella sua faccia scolpita nella pietra, a dire dell’infanzia subita nella Sardegna arcaica dei pastori, dove la sua fuga e la sua ribellione sono diventate grande letteratura a cui hanno attinto anche i Taviani col loro capolavoro.

Piuttosto perché di quella storia di riscatto Salvatore Mereu ci racconta ora il possibile seguito, sovrapponendo la voce di un altro grande scrittore, poeta e antropologo sardo come Giulio Angioni (scomparso nel 2017), al cui folgorante giallo, Assandira (Sellerio 2004), attinge liberamente per questo suo nuovo sorprendente film, presentato a Venezia Fuori concorso e atteso in sala dal 9 settembre con Lucky Red.

Gavino Ledda allora figlio sfuggito all’onipotenza paterna è qui trasformato in padre (Costantino) che, all’opposto, subisce la volontà del figlio (Marco Zucca) padrone di ritorno a casa dopo anni da emigrato in Germania, con moglie al seguito e idee di business nel turismo.

Assandira sarà il loro “commercio”. Una tenuta di famiglia da trasformare in agriturismo dove mettere in scena per i turisti stranieri la pittoresca vita dei pastori e i piaceri della natura (compresa la monta dei cavalli), come in una sorta di parco a tema dove ognuno recita la sua parte, a cominciare dal vecchio padre pastore e contadino che, nonostante le resistenze dell’inizio, cederà all’umiliante rappresentazione. Fino alle più drammatiche conseguenze.

Quell’incendio (doloso) che brucerà l’intera tenuta e la vita stessa del “figlio padrone” di Costantino è l’inizio del film e dell’inchiesta giudiziaria attraverso la quale si dipana il racconto che procede a ritroso. Un giallo – come nelle pagine di Angioni – che Salvatore Mereu sceglie di mettere in scena a mo’ di tragedia classica, un dramma in più atti la cui tensione si regge su uno stile rodato di primissimi piani, dettagli, camera a mano. Dove teatralità e realtà si scambiano le parti, come in quella “Disney country” ricreata per i turisti, espressione del capitalismo globalizzato, di cui certo turismo è una delle tante teste dell’Idra.

Un po’ come in Austerlitz di Sergei Loznitsa dove, certamente con le dovute proporzioni, assistiamo allo stupro della memoria dell’Olocausto da parte dei turisti in gita ad Auschwitz, qui Mereu cogliendo il cuore della poetica di Giulio Angioni (del resto allievo di De Martino) mette in scena un’altra violenza, un altro stupro. Quello nei confronti di un’identità culturale e della natura stessa che ne è il terreno di crescita, nell’eterno scontro tra vecchio e nuovo qui portato alle estreme conseguenze.

Che sia la Sardegna di Ledda, di Atzeni (altro grande scrittore sardo a cui Mereu ha ispirato uno dei suoi titoli più riusciti: Bellas Mariposas) o dello stesso regista che in questa terra è nato e l’ha narrata fin qui, poco importa. Il tema è universale e drammaticamente d’attualità, come ci ha indicato il lockdown vissuto di recente. Riguarda tutti noi, il nostro rapporto con la natura e la consapevolezza che il pianeta non è esclusività del genere umano.

Con un finale di troppo e forse qualche auspicabile “sardegnitudine” di meno (perché sono sempre incazzati?), Assandira è sicuramente il miglior film italiano passato fin qui alla Mostra, capace di indicare una strada alternativa per il nostro cinema d’autore. Non perdetelo.