La bambina che non mangiava. Sebastian Lelio fa un “prodigio” insieme a Emma Donoguhe

Disponibile su Netflix “Il prodigio” del regista cileno Sebastián Lelio, dall’omonimo romanzo dell’irlandese Emma Donoguhe. Una storia di ignoranza, accanimento religioso e superstizioni nell’Irlanda dell’Ottocento. Con una ragazzina di 11 anni che pur avendo smesso di mangiare da mesi resta viva e vegeta. O almeno così sostiene la sua famiglia che grida al miracolo…

 

 

Uscito quasi in sordina giorni fa su Netflix, Il prodigio (titolo originale The Wonder), l’ottavo lungometraggio del talentuoso Sebastián Lelio, regista cileno (nato nel 1974) premio Oscar 2018 per Una donna fantastica, è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo dell’irlandese Emma Donoguhe, apparso da Neri Pozza (tradotto da Massimo Ortelio, 301 pp., 17 euro), che ha collaborato alla sceneggiatura insieme alla drammaturga britannica Alice Birch.

Già autrice di Stanza, letto, armadio, specchio, da cui è stato tratto Room (2015) di Lenny Abrahamson ispirato ad una storia vera, il caso Fritzl, un episodio di cronaca nera avvenuto in una cittadina austriaca, Emma Donaguhe questa volta ambienta il film nell’Irlanda della seconda metà dell’Ottocento, all’indomani della grande carestia del 1860, e si avventura alla frontiera fra la credenza e la follia da un lato, la scienza e la razionalità dall’altra.

Come protagonista ha scelto, ancora una volta, la britannica Florence Plug, vista recentemente sul red carpet del Festival di Venezia per Don’t Worry Darling di Olivia Wild e già interprete di La stanza nonché fra gli altri di Lady Macbeth (2016) e di Midsommar – Il villaggio dei dannati (2019).

La scena iniziale si svolge nella cabina di una nave, in cui viaggia l’infermiera Elizabeth “Lib” Wright (Florence Pugh), veterana della guerra di Crimea, che in una giornata invernale ha abbandonato Londra con il conforto dell’illuminazione a gas e delle ferrovie per inoltrarsi nei sentieri fangosi di uno sperduto villaggio irlandese.

Il suo singolare e insolito incarico, conferitale dai notabili locali: “osservare” l’undicenne Anna O’Donnell (Kila Lord Cassidy), che da mesi ha smesso di nutrirsi e che gode di ottima salute poiché si ciberebbe della “manna di Dio”; far luce sulla vicenda di questo “prodigio vivente” che attira stuoli di fedeli da tutto il mondo, insomma, con lo scopo di verificare le reali condizioni di salute di Anna, specie quando il suo stato di salute inizierà inevitabilmente a peggiorare.

Non tutti però si lasciano impressionare e pensano che gli O’Donnell siano degli impostori che danno da mangiare alla ragazza di nascosto, facendosi beffe del mondo e del medico McBrearty. Per questo motivo il comitato della Contea ha ritenuto opportuno ingaggiare due sorveglianti che rimarranno a turno al fianco di Anna.

Lib cercherà di vederci chiaro, sfidando apertamente la comunità e le sue credenze: tutti auspicano che si tratti di un “miracolo” a partire dal parroco e dal medico, il primo per la gloria della Chiesa e il secondo perché avrebbe scoperto un fenomeno inedito. Affianca l’infermiera una suora e le due donne, che rappresentano rispettivamente la scienza e la fede, si alternano in lunghe veglie e turni di osservazione.

Lib non ha dubbi: alla base di questo fenomeno prodigioso si nasconde un inganno, ed è determinata a scoprirlo a ogni costo. Eppure, nei primi giorni di vigilanza, la piccola non fornisce alcuna prova di un eventuale raggiro perpetrato: vivendo al pari di una santa, mostra, anzi, una serenità e una padronanza di sé tanto da spingere Lib a chiedersi se non stia fingendo.

Presentato ai Festival di Toronto nello scorso settembre e poi di San Sebastián, il film risulta rigoroso ed espressivo, con immagini di rara bellezza. Fra la giovane infermiera, donna emancipata tenuta in posizione subalterna dalle regole della società vittoriana, e l’adolescente in preda ai suoi parossismi mistici, l’abisso viene a colmarsi via via nel corso di belle sequenze meditative, che spesso assumono la forma di lenti percorsi sui sentieri delle lande irlandesi.

Il cinema di Lelio si dedica da sempre a ritratti femminili di un certo spessore in grado di scardinare concezioni retrograde della vita, dell’amore o religiose. Come del resto ha già fatto in Disobedience, dall’omonimo bestseller di Naomi Alderman (Nottetempo) in cui sono le rigide regole degli ebrei ortodossi ad essere messe in discussione attraverso un amore lesbo.

Ne Il prodigio, mediato dall’adattamento della stessa Donoghue, l’autore cileno dona la presunzione della verità alla mente scientifica, mettendo sotto la lente d’ingrandimento della stessa il credo cristiano e le sue ipocrisie per raccontare la faccia della medaglia più sporca e nascosta dei deboli e degli ultimi.

Il film riflette sulla natura delle storie e sulla necessità di raccontarne e di crearne. Indaga la forza del pensiero magico, più forte della verità stessa, che viene plasmata in favore di bisogni profondamente connaturati alla natura umana tanto da risultare vitali. Smascherare il “trucco” del racconto equivale alla morte della realtà, che altro non è che un palcoscenico allestito a dovere per rendere credibile quell’articolatissima scialuppa di salvataggio chiamata cultura.

In questo modo la pellicola riflette sull’ambivalenza del reale, sul “dentro” e sul “fuori” da una dimensione accettabile, riconosciuta, condivisa: «vi sono due proiezioni – spiega Lelio – da un lato un film che esiste al di fuori dello spettatore, dall’altro un film che accade all’interno dello spettatore, fino a innescarne le fantasie, i desideri, le paure e l’immaginazione. È l’elemento del cinema che amo di più».

Mantenendo sempre alta la suspense, Emma Donoghue e Sebastián Lelio ci consegnano un magistrale affresco che tratta di ignoranza, accanimento religioso e superstizioni nell’Irlanda dell’Ottocento e della straordinaria amicizia fra una donna sospettosa e una bambina terrorizzata: l’estetica, l’andamento della narrazione, l’atmosfera, le dinamiche tra i personaggi sono quelli del racconto gotico inglese, della storia di fantasmi tipica della letteratura britannica. Insieme hanno realizzato un film sulla fede, su ciò che determina cosa sia vero e cosa no, su cosa sia credibile e cosa no e sui limiti di credenze che possono trasformarsi in armi.