La danza (antiautoritaria) della realtà. Torna in sala l’amarcord di Jodorowsky

Di nuovo in sala per Mescalito Film “La danza della realtà” (2013), capitolo iniziale della trilogia dove il visionario regista Alejandro Jodorowsky adatta il suo omonimo libro autobiografico. Soffermandosi in questo primo atto sulla sua infanzia nel Cile dittatoriale degli anni Trenta. E rimettendo in gioco il suo immaginario, tra avanguardia surrealista e sincretismo religioso, per raccontare un duplice viaggio iniziatico che spoglia e irride i padri padroni della Storia…

 

«Nel cuore custodire il bambino, come un’ostia viva», dice un ultraottantenne Alejandro Jodorowsky in veste di narratore e fantasmatica presenza della sua stessa infanzia, rievocata dal cineasta-attore-psicomago ne La danza della realtà (La danza de la realidad), tornato in sala per Mescalito Film a dieci anni dalla prima alla Quinzaine di Cannes.

Esordio della trilogia che il regista, a oltre vent’anni di distanza dal suo precedente Il ladro dell’arcobaleno, ha tratto dall’omonima autobiografia (2001, da noi edita per Feltrinelli), questa produzione indipendente (i congiunti di Jodorowsky collaborano a vario titolo) si concentra dunque sui primi anni del protagonista-autore (seguiranno Poesia senza fine e Psicomagia – Un’arte che guarisce), da lui vissuti con la famiglia ebrea-ucraina a Tocopilla, Cile, durante la dittatura di Carlos Ibáñez del Campo.

Ed è tanto più interessante rivedere l’amarcord del poliedrico artista surrealista in un momento, l’attuale, dove il ritorno alla fanciullezza dei filmmaker, dal Sorrentino di È stata la mano di Dio allo Spielberg del pluricandidato all’Oscar The Fabelmans passando per il Branagh di Belfast, sembra essere più di una moda d’autore.

Sarà, forse, che mentre il cinema attraversa una delle sue più delicate fasi di passaggio, riconnettersi alle origini della propria formazione personale e creativa è un modo per recuperare il filo di un immaginario ormai scioltosi e parcellizzatosi negli scaffali virtuali degli streamer. E che, in epoche di incertezza, il puer poeta metastorico di pascoliana memoria torna ad essere un interlocutore con cui misurarsi, o entro cui rifugiarsi.

Ma il fanciullo di Jodorowsky non ha nulla di borghesemente rassicurante: attorno a lui pulsa il mondo onirico, aggressivo, esoterico e destabilizzante del futuro regista di Il paese incantato, El Topo, La montagna sacra, Santa Sangre. Pur senza lo straniamento radicale di quei titoli, è un altro viaggio iniziatico di carne e dolore, psicologia e miracoli, sacerdoti sincretici e figure circensi quello della trasfigurata memoria jodorowskiana. Dove la posta in gioco è eminentemente libertaria e antiautoritaria, nell’apertura a una percezione del reale che infranga utopisticamente le catene della Storia (fatta di miseria ed emarginazione, di padroni grotteschi e vani dogmatismi) e persino della materia stessa.

Non a caso, è un duplice percorso di (de)formazione quello tracciato dal film, dove co-protagonista accanto al piccolo Alejandro (Jeremias Herskovits) è il genitore Jaime, commerciante stalinista e machista. È lui il principio di (ir)realtà irriso e deformato, despota della moglie-Es Sara (la soprano Pamela Flores, il cui personaggio, oltre a parlare cantando, identifica il figlio col padre defunto e gioca edipicamente nuda con lui) e del bambino-Io fragile cui impone di operarsi i denti senza anestesia e di gettare nello scarico i simboli religiosi regalatigli dal Teosofo.

Ed è sempre Jaime (interpretato, in un ulteriore cortocircuito psicanalitico, dal figlio di Jodorowsky, Brontis) quello che, dopo un tragicomico tentativo di attentato a Ibáñez, dovrà spogliarsi, anche letteralmente, della sua identità. Per affrontare la via crucis di una vera opposizione al Potere, all’insegna della rinuncia agli amati-odiati padri nazifascisti e staliniani in favore di una spiritualità popolare appresa dal falegname José.

Allo stesso modo, il regista innesta e fa deflagrare, in una struttura più leggibile rispetto al passato, le cariche della sua ispirazione avanguardista. Tra reminiscenze buñueliane (il prete che offre una tarantola a un Jaime bisognoso di conforto), elementi allegorici (le comparse mascherate di Tocopilla) e provocazioni tra sacro e profano (la preghiera-pissing guaritrice di Sara sul corpo del marito malato di peste). I rimandi, a differenza che in passato, sono tanto espliciti da risultare talvolta didascalici. Ma la voce e lo sguardo dello psicomago continuano ad essere tra i pochi (rimasti) che, con la radicalità del nostro miglior Novecento, guardano in faccia al divenire delle forme espressive e degli esseri umani. Per rovesciarne, ancora una volta, gabbie e tiranni.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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