“La libertà non deve morire in mare”. Ancora un doc coraggioso

In sala dal 27 settembre (per Distribuzione Indipendente), “La libertà non deve morire in mare“, coraggioso doc di Alfredo Lo Piero, di due anni fa, dedicato a Lampedusa e i suoi abitanti alle prese con gli uomini, le donne i ragazzi e bambini, che arrivano nella sognata Europa attraverso le proprie spiagge. E le testimonianze dei sopravvissuti, strappano il cuore. Mentre l’Italia ora ha chiuso i porti.

“Due anni fa eravamo eroi, oggi siamo guardati con sospetto, talvolta giudicati complici di criminali”. C’è tanta amarezza fra gli uomini di Medici senza frontiere o di Amnesty International, quelli che negli ultimi anni hanno salvato migliaia e migliaia di emigranti sul punto di affogare, quelli, assieme alla Guardia di Finanza e alla Guardia Costiera, che hanno visto la morte in faccia, la fame, la disperazione, che hanno stretto al petto neonati infreddoliti e madri dolenti e uomini martoriati, semiassiderati.
Aria mesta alla presentazione del coraggioso docufilm di Alfredo Lo Piero, La libertà non deve morire in mare, in uscita in alcune, poche sale italiane, destinato purtroppo per ora soprattutto al circuito d’essai, cineclub, all’home video Cecchi Gori, mentre sono in corso trattative anche con alcune emittenti tv e Agiscuola.

Prodotto dallo stesso Lo Piero che confessa di avere investito nel progetto “i risparmi di una vita che erano destinati ai miei figli” e portanto in sala dalla coraggiosa Distribuzione Indipendente impegnata allo spasimo su temi ad alto contenuto sociale, il documentario è stato girato nel 2016 ed è centrato, come già altri importanti prodotti sullo stesso dramma, sull’isola di Lampedusa e i suoi abitanti alle prese con gli uomini, le donne i ragazzi e bambini, che arrivano nella sognata Europa attraverso le proprie spiagge.

Le testimonianze dei sopravvissuti, strappano il cuore. Le immagini di guerra e di povertà che illustrano senza dubbio alcuno il perché delle partenze, quelle dei salvataggi in mare e dei naufragi di cui alcune alcune subacquee – assolutamente eccezionali quelle dei barconi affondati col loro carico umano – costringono talvolta a chiudere gli occhi per la loro crudezza. Loro, i lampedusani, raccontano con semplicità storie di quotidiana umanità, di solidarietà. Storie che appena ieri erano oggetto di orgoglio e che oggi, nell’epoca della “fabbrica mondiale della paura” (definizione del portavoce di Amnesty International Italia), rischiano di apparire fuori dal mondo.

Certo, immagini ormai conosciute, che addirittura non fanno più notizia, soppiantate da quelle delle barche che non possono scaricare a terra quei disperati recuperati in mare perché i porti sono chiusi, in Italia e nell’intera Europa. Eppure, proprio per questo, mentre si offende la verità parlando di “taxi del mare” e altre ignominie simili, sarebbe bene che queste immagini, che questo prezioso e coraggioso doc circolasse, che lo vedessero in tanti, tantissimi, anche e soprattutto i sostenitori delle politiche anti immigrazione. Forse, aiuterebbero a capire, e ad avvicinarsi alla materia con sobrietà e rispetto.

Il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo (a cui darà il volto Sergio Castellitto nella serie tv, Lacrime di sale), un protagonista della epopea migratoria sull’isola, legge, in chiusura del film, una lettera orrenda, piena di volgarità e di violenza, a lui indirizzata da una belva umana in cui lo si accusa di essere, scusate la citazione “una merda”, e di occuparsi, di curare, di salvare “merde”. Due anni fa poteva essere scambiato per un fastidioso foruncolo: in realtà era solo un primo bubbone, una manifestazione della peste che stava incubando.

Ultima notazione: il ministro dell’interno, Matteo Salvini, era stato invitato all’anteprima, alla Casa del cinema, assieme al regista, al distributore, alla Guardia di Finanza, Medici senza frontiere e Amnesty International.
Che dite, si sarà fatto vivo?