La lunga notte del Medioriente. Il ritorno (lirico, fin troppo) di Gianfranco Rosi a Venezia 77
Sbarca a Venezia, in concorso, Notturno, l’atteso lavoro sul Medioriente di Gianfranco Rosi, che dalla Laguna volerà ai festival di Londra, Busan, Tokyo, Toronto e Telluride. Come in un teatro di guerra in un ospedale psichiatrico, il racconto ci accompagna tra le vite spezzate di chi i conflitti di quella terra li vive in prima persona e deve sopravvivere. Fotografia magnifica che rende lirica la notte mediorientale, forse troppo. Dal 9 settembre, al cinema (per 01)…

La guerra senza mai vederla, ma attraverso chi la subisce, quotidianamente, sulla propria pelle, nei suoi affetti più cari. In quell’angolo di mondo, il Medioriente, nato sulle ceneri di un colonialismo che ha ridisegnato i suoi confini senza pace.
È il Notturno di Rosi: suoni dispersi, volti in penombra, tanto silenzio, lacrime di madri senza figli, spari di soldati e cacciatori, teiere che fanno anche da stufe, corse all’alba, canoe al tramonto, voragini che si aprono sommerse dall’acqua. Vite spezzate in una notte perenne che l’Occidente sembra non voler vedere.
Dopo il Leone d’Oro per Sacro G.R.A. e l’Orso d’Oro per Fuocoammare, Gianfranco Rosi torna in concorso al Lido con un documentario che oltrepassa le dolorose contraddizioni interne al primo mondo (le sterminate perfiferie romane e il dramma dei migranti) per guardare al presente di guerra di siriani, iraniani, curdi, palestinesi fino alle vittime, le più sofferenti, della follia integralista dell’Isis. È uno dei momenti più duri di Notturno, per voce dei bambini che hanno vissuto torture e violenze degli uomini del Califfato e che ora le raccontano attraverso i loro disegni, pochi colori, il rosso del sangue e il nero delle uniformi.
Rosi ha filmato questi luoghi per tre anni, raccogliendo testimonianze in prigioni (persino le nuove Guantanamo dove i reclusi oggi sono quelli dell’Isis), case private (o quel che ne resta dopo le bombe), campi profughi, rifugi di guerrigliere curde in montagna. In mezzo c’è anche un manicomio dove medici e pazienti, insieme sul palco, recitano la loro personale guerra. Il loro conflitto privato a fronte di quello più vasto, in un gioco di scatole cinesi che svela il non senso della follia della guerra.
E sono immagini potenti, dalla fotografia mozzafiato (da sempre marchio di fabbrica dei suoi lavori), estetizzante, che stregano l’occhio accompagnando le vite dei tanti protagonisti, raccontati nelle loro battaglie quotidiane.
Il sensazionalismo della guerra è superato dal lirismo “notturno” dei paesaggi. Dalle piccole storie appena accennate (il ragazzino che si fa carico della famiglia, la bimba prigioniera che parla via smartphone con la madre, il cacciatore-motociclista), così da susseguirsi e sparire, quasi senza lasciare traccia. Mentre la realtà, quella dolorosa e così tanto complessa a quelle latitudini, attende di essere narrata anche al di là degli estetismi d’autore.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
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