“La scuola cattolica” o lo stupro della memoria. In Mostra il cinema che riscrive la storia


È possibile raccontare gli anni Settanta in Italia, lo stupro del Circeo, la violenza, senza affrontare mai apertamente la matrice neofascista? È quello che fa l’atteso film di Stefano Mordini, tratto dal romanzo di Edoardo Albinati premio Strega 2016, passato fuori concorso a Venezia. Ben più di un’occasione mancata. E sì che gli sarebbe bastato andare a rivedere Lizzani…

 

Al Festival di Venezia 2021 in questi giorni è arrivato anche Citto Maselli, protagonista di un meritato tributo; nei ringraziamenti ha voluto ricordare Luchino Visconti, suo maestro, che gli ha insegnato “la responsabilità umana, sociale e quindi politica quando si fa un film” oltre che un rispetto quasi maniacale per l’etica nel lavoro.

Parole di involontaria puntualità nel giorno in cui sugli schermi del Lido passa l’atteso La scuola cattolica di Stefano Mordini, dall’omonimo romanzo di Edoardo Albinati (premio Strega 2016) che proprio di quella “responsabiità” si fa gioco.

Parliamo di un’opera, infatti, che dai titoli di testa fino a quelli di coda sceglie di riscrivere e mistificare la storia, quella ben nota e drammatica dello stupro del Circeo, dal cui racconto cancella ogni riferimento al panorama politico e sociale di quegli anni e al contesto neofascista in cui si muovono i protagonisti.

E lo fa ricorrendo in modo stucchevole e assolutorio a una sequela di stereotipi; famiglie borghesi con padri autoritari e assenti, madri annoiate che fanno le milf coi liceali, preti che di notte smettono la tonaca per andare a puttane .

È comprensibile la difficoltà di condensare le 1.294 pagine di un’opera letteraria monumentale (qui la recensione di Paola Pitagora) nei 106 minuti del film, ma questo non giustifica la scelta di far sembrare che quanto accadde nel 1975 al Circeo sia stato, in fondo, solo colpa della mala education di una scuola di preti dove i figli dei ricchi godono dell'”impunità” grazie alle rette dei loro genitori che tengono in piedi l’istituto.

Istituto – il Cristo Re del quartiere Trieste di Roma – dove aveva studiato il giovane Albinati. Lo scrittore nel suo libro descrive la condizione maschile attraverso un’approfondita ricerca sociologica, filosofica, storica, letteraria, anche attraverso la conoscenza che gli viene dal femminismo;  Mordini sciorina invece quello che vorrebbe essere un thriller giocato a colpi di flashback e fast forward tra inquadramento dell’ambiente personale e familiare dei protagonisti per saltare alle fasi che portano al cuore della vicenda, lo stupro del Circeo.

Il 29 settembre 1975, la diciassettenne Donatella Colasanti e l’amica diciannovenne Rosaria Lopez, due ragazze del quartiere popolare della Montagnola, vengono invitate ad una festa sul promontorio del Circeo da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira in una villa di proprietà della famiglia di quest’ultimo.

Chi ha vissuto a Roma negli anni Settanta sa che frequentare quella spiaggia era praticamente sinonimo di “fascista”, ma questo il film non lo racconta; anche il disprezzo che i tre ostentano verso le due ragazzine sembra solo il capriccio di ragazzini annoiati e violenti, in anni in cui le appartenenze ideologiche plasmavano tutto, dal modo di vestire al classismo.

Per più di un giorno ed una notte le due ragazze vennero violentate, seviziate, massacrate e poi rinchiuse nel bagagliaio di un’auto. Donatella riuscì a scampare solo perché era riuscita a fingersi morta. Albinati rievocava la vicenda con attenzione, non è centrale perché non è quello il tema del libro; aveva usato molta delicatezza per tenere il fatto entro margini precisi e interrogarsi sul significato simbolico e antropologico dello stupro.

Stefano Mordini sceglie invece di indulgere con insistenza voyeuristica e pornografica su ogni dettaglio, trasformando l’orrore dello stupro in una sequenza splatter. Sorvolando completamente sul peso della cultura neofascista in quel mondo, compiendo così una scelta di disonestà intellettuale verso lo spettatore e la storia, nonché verso il libro.

Come se i carnefici siano semplicemente giovani testosteronici cresciuti tra scuola maschile cattolica e famiglie borghesi tutte vizi privati e pubbliche virtù. Come a voler dire che se tuo padre è dispotico e ti prende a cinghiate poi se finisci a stuprare due ragazze e ne ammazzi una mica è tutta tutta colpa tua… 

Se il libro è una sorta di autoanalisi dell’io collettivo di un gruppo di giovani borghesi e degli anni Settanta, il film disattende totalmente questo ed altri indispensabili aspetti che sono tutto meno che semplice cornice.
E non convince neppure nel suo linguaggio cinematografico, costruito sugli stereotipi, con zero suspence e poca capacità di graffiare la superficie.

In quale brodo di cultura matura quel crimine è sbrigativamente riassunto da un paio di passaggi fugaci. Una frase appena pronunciata all’inizio (“Era il 1975 e in Italia la violenza era all’ordine del giorno”, un po’ come dire “era il 38 luglio e faceva molto caldo”…).

E la scena in cui uno studente consegna un tema nel quale inneggia a Hitler, il prof gli fa la ramanzina, e un altro fascistello gli ribatte “ma se siamo in democrazia perché lui non può scegliere di dedicare il tema a Hitler?”. Tutto qui.

Madres paralelas di Almodovar, passato qui alla Mostra, ci ricorda il pacto del olvido col quale la Spagna vorrebbe nascondere la polvere (i crimini del franchismo) sotto al tappeto. Mordini avrebbe potuto buttare un occhio a San Babila ore 20: un delitto inutile, film del 1976 di Carlo Lizzani analogamente tratto da un fatto di cronaca nel contesto degli anni ’70: un’opera volutamente neorealista ancora oggi capace di rendere quel mondo (l’ideologia neofascista, la borghesia nera, le famiglie ipocritamente cattoliche, i rapporti conflittuali, lo stupro) con quella lucida visione socio-politica che manca completamente alla Scuola cattolica di Mordini.