Carné, Kurosawa & Co. Quando la Mostra era a misura d’uomo negli scatti doc di Antonietta De Lillo
Arriva anche a Bari, al Museo Archeologico di Santa Scolastica, fino al 28 aprile “Ritratti di cinema” reportage fotografico giovanile di Antonietta De Lillo al Lido nelle gloriose edizioni Lizzani ’81- ’82. Un intimo dialogo coi giganti della settima arte, Robert Altman, Andrej Tarkovskij, Marcel Carné, Bernardo Bertolucci, Akira Kurosawa e tanti altri. Quando la Mostra era un’orchestra “a misura d’uomo” libera dal circuito blindato dei checkpoint e dal laccato rituale del red carpet. Una bisbigliata militanza creativa per ricordarci che “dobbiamo tornare alle origini”. Presentata alla Mostra 78 …
C’è un sapore d’eterno presente e antico, splendido vero nei “Ritratti di cinema” di Antonietta De Lillo, memoir fotografico delle edizioni veneziane ‘81 e ‘82 catturate dall’empatico scattare della regista partenopea allora fotoreporter in erba, aliena in Laguna a caccia di sguardi colti ed espressioni assorte, tormenti ed inconfessati sussurri dei giganti della settima arte di passaggio alla kermesse.
Una mostra nella mostra, intimo dettaglio incorniciato alle pareti del tempo da scovare nel carrozzone sfavillante di Venezia 78, nei luoghi condivisi della Biennale e delle Giornate degli autori, tra Palazzo del Cinema e lo spazio caldo della neonata Sala Laguna, a Isola Edipo.
De Lillo che nel suo galoppare puntellato di premi fatto di personalissimo cinema, riflesso sbilenco del reale che si svela sullo schermo quasi come un arcaico segreto – ultima è la sua conversazione uncut datata 1993 col “terrorista dei generi” Lucio Fulci – dopo quarant’anni scava a mani nude nel passato rispolverando il fermento elettrico della stagione Lizzani, quando le utopie del ’68 erano già lontane, l’epilogo dei ‘70 era ancora nel segno del terrorismo e una Venezia mutilata provava a reinventarsi sotto i riflettori di un mondo terremotato.
E mentre in questi febbrili giorni di settembre i festivalieri più accaniti si esercitano a sveltire il dito per spuntarla con le impossibili prenotazioni ticketless su boxol ed accedere alle proiezioni, c’è chi a vent’anni, in un tempo altro, obiettivo 24 mm a spasso, occhio pronto e talento precoce dalla sua, si intrufolava nei corridoi (oggi) proibiti dell’Excelsior per dialogare tacitamente con Robert Altman, Andrej Tarkovskij, Bernardo Bertolucci e Akira Kurosawa in un sommesso duello di sguardi.
Ebbene sì, oggi il circuito blindatissimo di pass e checkpoint insieme ai laccati rituali di photocall e red carpet sui set cartonati di sponsor, negli anni ’80 invece una fiera culturale liquida, trasversale, un’orchestra “a misura d’uomo”, come l’ha definita Adriano Aprà. Dove anche la gioventù più stracciona poteva accamparsi nei pratoni vicini e incrociarne i protagonisti o conquistarsi senza troppe capriole una poltrona in platea e gustarsi comodamente la magia del cinema in pellicola. Proprio come raccontano i quadri della De Lillo, così straordinariamente reali e oggi così inconsueti, insieme anacronistici e tangibili nella cornice “distanziata” di Venezia 78.
A guardarle in sequenza, queste foto, si ha infatti la sensazione di trapassare la storia del cinema mondiale in un solo, fulgido colpo d’occhio: è l’anno d’oro dei cineasti teutonici, quando Margarethe Von Trotta giganteggia col suo Anni di Piombo (1981), opera-manifesto dei ’70 e primo Leone d’oro donna della storia – colta dall’obiettivo De Lillo in un cenno complice a Barbara Sukowa, musa di Fassbinder.
O quando il lucido metacinema metà Berlino metà Hollywood de Lo stato delle cose (1982) porta al trionfo Wim Wenders – in copertina ritratto con gli occhi nascosti dalle dita, “perché quando scattiamo il nostro sguardo è coperto dall’otturatore, quindi il gesto fotografico, come l’arte tutta, è un atto di fede”, spiega la “cine-fotografa” napoletana a Laura Delli Colli nello splendido catalogo Dante&Descartes dedicato alla mostra.
E ancora, il riso spavaldo di Bogdanovich schiuso attorno a un sigaro fumante, il cipiglio teso di Italo Calvino accanto alla fronte nervosa di Marcel Carné mentre sfoglia Le Monde, Soldati e Pontecorvo bagnanti “svergognati” al sole che inscenano una spettacolare disinvoltura a torso nudo, contro un Ermanno Olmi composto e quasi affranto nel suo completo da spiaggia in lino bianco. Poi Jeanne Moreau che snobba con charme l’occhio meccanico scrutatore e Monicelli che invece, serissimo, si arrende al suo caustico affondo.
“Io questi personaggi me li portavo in giro, ci chiacchieravo, cercavo di rubarne lo spirito, il temperamento”, racconta Antonietta stirando il muscolo intorpidito della memoria nel ricordo di quella stagione gloriosa, “oggi, invece, Venezia, che è lo specchio del nostro tempo e delle sue infinite mutazioni, mi ha ricordato quasi uno scenario orwelliano. Vedevo folle anonime accalcarsi dietro il nulla blindato che è il girone d’élite. Siamo come racchiusi in compartimenti stagni e invece dovremmo scavalcare i muri dei red carpet. Dobbiamo tornare alle origini”.
Quest’archivio fotografico diventa così un vivido sforzo di memoria che conversa col presente ed orienta il futuro, memoria che è il motore corale, partecipato e roboante delle Giornate tutte – inaugurate dai commossi omaggi alle registe Valentina Pedicini e Cecilia Mangini, recentemente scomparse – e memoria che è stupefacente reminiscenza del sé, di Antonietta De Lillo al passato, volto di ragazza riflesso nei vetri e negli sfondi specchiati da cui si staccano le sagome dei suoi beniamini fotografici (vedi la straordinaria sequenza di Moretti in toilette all’hotel Des Bains, allora novella firma del cinema nostrano in corsa col suo Sogni d’oro premiato col Leone d’argento).
«La fotografia mi ha restituito memoria oggettiva di un’epoca perduta e di me ragazzina sensibile con un’immaginazione quasi fagocitante, difficile da incanalare nelle strettoie della borghesia napoletana. È nella microcriminalità dei Quartieri Spagnoli, fuori dalle geografie in cui sono cresciuta, che ho realizzato quanto le immagini fossero la mia materia, il luogo in cui più mi sentivo aderente alla mia “normalità”», confessa la De Lillo fotografa e regista, due anime affini che si inseguono negli interstizi del tempo senza perdersi mai.
Anime raccontate in una mostra che è un nostalgico balzo nel passato e nei suoi chiaroscuri (portata alla luce da Marechiarofilm col sostegno di Regione Campania, Film Commission Regione Campania, Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia e l’accordo della Biennale), e che prossimamente viaggerà anche nello spazio in una bisbigliata militanza creativa per risvegliare le coscienze. “Può essere quell’impercettibile dettaglio estetico che inizia a far parlare, a far riflettere su un ritorno all’umano che è l’unica strada percorribile”, e conclude “mi auguro che la memoria si animi…”.
Francesca Eboli
Specializzanda in English and Anglo-American Studies a La Sapienza, appassionata di cinema e teatro, aspirante giornalista
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