La storia che grida ancora. Almodóvar fa i conti col franchismo e apre la Mostra 78

Pedro Almodóvar apre Venezia 78 con Madri Parallele. È il suo film più esplicitamente politico, che mantiene molti dei suoi temi tradizionali ma li fonde con una necessaria riflessione sulla Storia. Trentotto anni dopo “Labirinto di passioni“, il regista spagnolo torna in concorso. E conferma il suo talento …

Due donne si trovano a condividere una stanza del reparto di maternità di un ospedale madrileno: partoriranno contemporaneamente due figlie nate da gravidanze ugualmente non attese.

La giovanissima età e lo smarrimento di Ana (Milena Smit) vanno in parallelo con la gravidanza felice di Janis (Penélope Cruz), fotografa di moda, più grande e indipendente. Il rapporto che si instaura tra le due, il racconto delle rispettive vicende personali e familiari, le avvicinano malgrado le evidenti differenze tra due generazioni seppur anagraficamente non così lontane.

E poi ci sono gli uomini: elusivi di fronte al ruolo della paternità, o del tutto assenti (questa non-presenza maschile è divenuta da tempo una cifra del cinema almodovariano), come il padre di Ana. E come anche Teresa (Aitana Sánchez-Gijón), sua madre, attrice che a sua volta non ha saputo e non sa interpretare il proprio ruolo di madre.

Al racconto intimo e personale delle protagoniste si intreccia quello sulla memoria familiare come metafora di una memoria storica nazionale. Janis è stata chiamata così dalla mamma hippie in omaggio a Janis Joplin, e come la cantante è morta anche lei di overdose a 27 anni; quando lo racconta all’adolescente Ana, si sente chiedere “e chi era Janis Joplin?”.

Per quanto un po’ retorico, il riferimento è al filo spezzato della memoria, che non si è trasmessa alle generazioni successive. E non è solo una questione di canzoni.

Janis si batte perché venga riaperta una fossa comune nei pressi del suo paesino di origine dove è stato sepolto il bisnonno sommariamente giustiziato dai franchisti nei primi giorni della guerra civile. Il riferimento è ai 200mila e più oppositori uccisi dal franchismo che la legge sulla memoria storica voluta dal governo Zapatero nel 2007 (ma la cui applicazione ancora oggi segue andamenti carsici) aveva tolto dal cono d’ombra.

Pedro Almodovar con questo Madri parallele (Madres paralelas) ha aperto l’edizione numero 78 del Festival di Venezia trentotto anni dopo aver esordito al Lido con Labirinto di passioni, allora proiettato nella sezione Mezzogiorno Mezzanotte.
Probabilmente non è uno dei titoli più luminosi della sua filmografia, ma è sicuramente il suo lavoro più esplicitamente politico, già nel modo in cui intreccia maternità e memoria storica,

È almeno da una ventina d’anni che Almodovar stende quel filo che attraversa in particolare l’ultima parte della sua filmografia: la maternità. Dal film vincitore dell’Oscar nel 1999 Tutto su mia madre ma anche in Volver, in Julieta, e in Dolore e gloria, il più esplicitamente autobiografico dei suoi film.

Ne Gli abbracci spezzati (2009) c’era già una sorta di trailer di Madri parallele, come dice il regista stesso: “Era la storia di due partorienti che si sono incontrate in ospedale e che in seguito, per una serie di circostanze, si sono cercate. Lo sviluppo di una parte della storia non è venuto insieme, non mi è piaciuto e l’ho abbandonato. Ma il seme è rimasto”.

Un film denso in cui si intersecano assenza, forza femminile e memoria storica (la storia non si può zittire ci dice Almodovar sul finale per voce di Eduardo Galeano).

Non sarà sorprendente, ma sa come mettere insieme femminismo, #meToo, stupri, autodeterminazione. Con questo film il regista della Mancha, figlio della transizione dal franchismo dichiara la sua opposizione contro la voglia di rimozione del “Pacto del olvido” (Patto dell’oblio) e rende un toccante omaggio alle famiglie degli scomparsi durante il regime franchista come aveva fatto coproducendo nel 2018 il pluripremiato documentario di Almudena Carracedo e Robert Bahar El silencio de otros (Il silenzio degli altri) ma anche come aveva già fatto in Carne trémula (1997) proprio con una Penélope Cruz partoriente, guarda che caso…