Madame Rosa e la sua tribù solidale. Fortuna (anche cinematografica) del romanzo di Romain Gary
È “La vita davanti a sè” di Romain Gary, diventato film due volte: con Simone Signoret nel ’77 e da poco su Netflix con Sophia Loren. Nel romanzo lo scrittore dalle tante identità ha creato uno dei suoi personaggi più fortunati: Momò, ragazzino arabo cresciuto da Madame Rosa, ex prostituta ebrea sopravvissuta ad Auschwitz che vive nel quartiere parigino e multietnico di Belleville. Qui convivono neri, ebrei e arabi, immigrati clandestini, prostitute e sfruttatori: la tribù solidale di madame Rosa, vent’anni prima di quella nata dalla penna di Pennac …

È un quartiere, quello parigino di Belleville, popolare e multietnico, nonché una Francia, governati da un ordine postcoloniale in cui si dà per scontato assumere identità diverse, confondere lo sguardo degli altri, passare per ebreo, poi musulmano, o anche francese, poi africano, senza che questo comporti conseguenza alcuna poiché la rete del sostegno reciproco non va mai intaccata. Ci descrive il tutto nel 1975 Romain Gary, il “cantore di quella Francia multietnica” che cominciava a cambiare il volto di Parigi, nel commovente romanzo La vita davanti a sé, che firmò con lo pseudonimo di Émile Ajar.
Pubblicato nel 1975 da Mercure de France, riscosse largo consenso di pubblico e di critica e si aggiudicò il prestigiosissimo premio Goncourt. Era la seconda volta per l’autore, poiché lo aveva già vinto del 1956 per Les racines du ciel, firmato però Romain Gary, il suo “quasi” vero nome. Per via di questo espediente – di certo del tutto involontario – è l’unico autore francese ad avere ricevuto per due volte il Goncourt.

Aveva già pubblicato dei libri negli anni precedenti con il nome di Gary, nonché di Shatan Bogat, Fosco Sinibaldi, “imposture” tutte per lo “scrittore camaleonte per eccellenza” che significavano per lui “ricominciare, rivivere, essere un altro, che fu la più grande tentazione della mia esistenza”, ebbe a spiegare. E di vite ne ebbe più di una: aviatore, diplomatico nonché ovviamente letterato.
Era un provocatore, disinvolto, un esibizionista che mai smise di alimentare la propria leggenda e mentiva come un “cavadenti” – per dirla con Le Monde – sul luogo di nascita: Nizza, Vilnius, Kursk, una stazione al confine fra la Russia e la Polonia?; la data: 1914 o 1915?; il padre: Ivan Mosjukin, Lejba Kacew, un diplomatico? Commerciante di pellicce o attore russo? In realtà lui e l’adorata madre Mina erano stati abbandonati dal padre e marito, pellicciaio, andatosene a formare un’altra famiglia.
Dopo una sosta in Polonia, Roman giunse con Mina nel 1928 a Nizza dove quest’ultima, ex attrice, prese a gestire un albergo. Mina per lui sognava una carriera di eroe, di diplomatico e grande scrittore. E il figlio la accontentò appieno: si arruolò nell’aviazione per raggiungere la “Francia libera”; terminò la guerra come “compagnon de la Libération” e fu decorato con la Legion d’onore; da diplomatico ricoprì incarichi di rilievo e come scrittore Roman Kacew divenne Romain Gary, dalle molteplici sfaccettature.
In La vita davanti a sé, apparso in Italia nel 1976 per Rizzoli, poi riproposto nel 2005 da Neri Pozzi che ha tradotto buona parte delle sue opere, con in copertina il nome di Romain Gary, lo scrittore ha creato uno dei suoi personaggi più fortunati, quello di Momò, ragazzino arabo cresciuto da Madame Rosa, ex prostituta ebrea reduce da Auschwitz che, per arrivare alla fine del mese, “arrotonda” prendendosi cura nella sua abitazione dei figli delle colleghe impegnate a svolgere il loro “mestiere”.
Il piccolo Momò racconta attraverso i suoi occhi ingenui in prima persona e in un linguaggio poetico, spontaneo e vivace, storie di immigrazione, emarginazione, miseria e degrado sociale caratterizzate, però, da un forte senso di solidarietà. Tiene a volte compagnia ai piccoli ospiti della casa – Banania, Mosé, Momò beninteso e altri – N’Da Amédée, protettore di prostitute, analfabeta, che viene a farsi scrivere lettere da inviare ai genitori in Africa, nelle quali millanta imprese sensazionali e gesta clamorose.
Convivono neri, ebrei e arabi, immigrati clandestini, prostitute e sfruttatori. L’originalità di La vita davanti a sé consiste proprio nella rappresentazione di un ambiente, visto da un bambino sensibile e precoce, che ne descrive le strade popolate da indigenti e confinanti con gli agognati e ai loro occhi inaccessibili “quartieri francesi” ; è musulmano e sua madre, a differenza delle altre, non va mai a trovarlo: intorno alla sua origine sembra che tutti vogliano mantenere il segreto. Vent’anni prima di Daniel Pennac con la sua tribù Malaussène, Gary ha inventato il gergo della banlieue e dell’immigrazione.
Per Momò – non Mohammed, per “prudenza”, non si sa mai – Madame Rosa, grassa e ammalata ma sempre impegnata a sistemarsi la parrucca o a rifarsi il vistosissimo trucco, assume il ruolo di madre; e fa promettere al fanciullo che mai si “difenderà” nella maniera sua e della misteriosa madre, intendendo con il termine “difendersi” il mestiere della prostituzione.
La “storia d’amore” fra i due funge da sfondo di questo racconto, filtrato attraverso la logica lineare e schietta di Momò, popolato di incontri e di situazioni improvvisate, legate anche a temi assai scottanti per l’epoca quali il confronto per Momò con l’omosessualità e l’eutanasia, entrambe legate a due figure di riferimento: il “travestito” senegalese Madame Lola che nel corso dell’agonia di Madame Rosa consegna al ragazzo tutti i suoi guadagni e il dottor Katz, uomo dalla grande carità cristiana ma che si oppone a che la medicina “abbia sempre l’ultima parola” e ci induca a “lottare fino alla fine per impedire che si faccia la volontà di Dio”.
Nel frattempo Madame Rosa va perdendo la lucidità mentale e peggiora anche dal punto di vista fisico: Momò si trova combattuto fra il timore per la propria sorte, il dolore per la precaria condizione in cui versa l’unica figura materna che abbia mai conosciuto e la necessità di definire la propria identità. Per assistere Madame Rosa, che a volte si ostina a rivivere il proprio passato, addobbandosi da prostituta o, con la valigia pronta, al sesto piano del suo misero alloggio, mettendosi in attesa dei poliziotti che a suo tempo la prelevarono per consegnarla ai nazisti, si mobilitano gli inquilini, quali alcuni neri che si recano nel suo appartamento per danzare ed effettuare cerimonie sacre intorno al suo letto.
Assecondandone la volontà, Momò la accompagna nello scantinato del palazzo, dove la donna ha allestito un “angolo ebraico”, una poltrona con un candeliere a sette bracci, una candela accesa e altri segni di culto. Muore dopo aver seguito tutto il rituale e Momò rimane in lacrime accanto al corpo. Rifiuta di “avere la vita davanti a sé”, per via di un impellente bisogno di amore che è una costante dell’opera di Romain Gary.
Dinanzi al decadimento di Madame Rosa, Momo si chiede per quale motivo non possono “abortirsi i vecchi” come lo si fa per i giovani, e vi si ritrova l’orrore nei confronti della vecchiaia e dei limiti umani che sembra aver portato l’autore a scegliere il momento della propria morte. Si tolse infatti la vita all’età di 66 anni, con un colpo di pistola il 2 dicembre 1980, permettendosi, come scrisse in una lettera “di esprimersi interamente”; poco più di un anno prima la moglie Jean Seberg, attrice icona della Nouvelle vague, si era a sua volta suicidata. Ma «Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove» aveva lasciato scritto in un foglietto.
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