La vera storia della falsa posta del cuore di Salinger. In un film di intelligenti buone maniere

In sala dall’11 novembre (per Academy Two) “Un anno con Salinger ” del canadese Philippe Falardeau dall’omonimo romanzo autobiografico di Joanna Rakoff. La storia della giovane scrittrice Joanna che impiegata nella più antica e autorevole agenzia letteraria di New York si ritrova a “curare” la posta dei fan del grande e schivo J.D.Salinger. Un film pieno di deliziose tenerezze e intelligenti buone maniere…

Da un po’ di tempo non si sente più parlare di chick lit, il genere letterario principalmente anglosassone che indica, un po’ sbrigativamente, la forma di fiction post-femminista rivolta prevalentemente a un pubblico di donne, giovani, single, in carriera e così via.

La definizione, ovviamente, ora fa infuriare le scrittrici e le lettrici di mezzo mondo a cui piace leggere quei libri con le copertine rosa e un bicchiere di Martini buttato lì da qualche parte. Solo una sciatta generalizzazione può ancora guardare con sufficienza a titoli come I love shopping di Sophie Kinsella o il Diario di Bridget Jones.

Applicando gli stessi criteri a scrittori di sesso maschile perché allora non definire Nick Hornby, Jonathan Franzen o anche Salinger come boys lit e piazzare, ad esempio Il giovane Holden nella sezione young adult?

Il pretesto per questo pistolotto è fornito da Un anno con Salinger (My Salinger Year – 2020), film  tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Joanna Rakoff (tradotto da Neri Pozza), che ne ha anche supervisionato la sceneggiatura.

Scritto e diretto dal pluripremiato regista canadese Philippe Falardeau (nomination all’Oscar 2012 per il miglior film straniero con Monsieur Lazhar e Orso di Cristallo alla Berlinale 2009 con C’est pas moi, je le jure! tra gli altri) il film, per qualcuno che lo intende come un complimento, è un “Diavolo veste Prada a scuola di letteratura”.

Qualcosa di sicuro può ricordare l’archetipo della chic lit e servire come espediente per acchiappare il grande pubblico. Tuttavia non rende giustizia né al libro né al film. Anche qui abbiamo una ragazza che arriva a New York con una passione bruciante e che trova impiego alle dipendenze di una elegantissima despota mentre lo staff dell’ufficio la avvolge di paterno calore. Ma le assonanze finiscono qui, con buona pace di Meryl Streep e di Stanley Tucci.

Joanna (Margaret Qualley, la Pussycat di C’era una volta a ... Hollywood di Tarantino) è una ragazza arrivata dalla California per assecondare il sogno di scrivere e vivere di poesia mentre Margaret (Sigurney Weaver) è l’algida e autorevole agente letteraria dei più importanti scrittori moderni e contemporanei, tra i quali J.D.Salinger, quello del Giovane Holden casomai queste righe capitassero in mano all’unico essere vivente che ne ignori l’autore.

L’agenzia è la più antica di New York e tutto segue i ritmi e le modalità consolidate nel tempo, ponendo scrupolosa attenzione a che la modernità non turbi la lenta routine. Quindi niente computer ma macchine da scrivere e dittafoni. Nessuna lettera dei fans che venga inoltrata all’autore ma fredde e rodate risposte da ricopiare da consunti fac-simili del 1963.

A parziale discolpa da accuse di luddismo antimoderno è utile segnalare ai nativi digitali che nel 1995 era ancora plausibile la diffidenza verso le tecnologie informatiche, i cellulari come altre innovazioni erano viste da miss Margaret come inutili diavolerie o mode transitorie.

Ma se l’Agenzia letteraria sembra cristallizzata nel 1927 c’è un altro mondo fuori dalle boiserie decò dell’ufficio. Là al piano strada della mid-town di Manhattan o nella Williamsburg (Brooklin) che ancora muove i primi timidi passi verso la gentrificazione, le cose hanno velocità diverse. Collegamento tra i due mondi sono le scene nel privato tra Joanna e Don, il fidanzato radicale che risulta immediatamente antipatico tanto è volutamente stereotipato nell’essere velleitario e ottusamente assertivo nel ruolo di aspirante autore duro e puro: “È scrivere che fa di te uno scrittore. Pubblicare è solo commercio”.

Sebbene spiazzata dalla ben diversa realtà del mondo letterario e dai necessari risvolti di business Joanna trova un suo posto a metà strada tra la contemporaneità e il mondo col quale ha a che fare sul lavoro. A partire da quei vestitini così castigati e sobri che assecondano nel contempo le regole di decoro dell’ufficio e la montante moda del vintage giovanil-intellettuale.

Paradossalmente salvifico è l’ingrato compito di filtro epistolare tra il pubblico e Salinger, occupandosi delle lettere dei fans. Alcune davvero surreali come quella di un turista che avendo visitato New York in inverno smaschera l’autore rendendogli noto che le anatre del Central Park non migrano. Ma sono le corrispondenze più intime e sofferte a tenere Joanna strettamente a contatto con sensibilità che sente così somiglianti alle proprie, e rispondere con testi così freddamente asettici sarebbe ingiusto e frustrante.

Per questo trasgredire al mandato diventa inevitabile. Rispondendo in modo “personalizzato” a coloro che hanno trovato in Holden Caulfield il proprio alter ego rappresenta un prendersi cura di loro, di sé stessa e anche di Salinger, in fondo. Dello stesso Salinger del quale deve proteggere la leggendaria privacy e che di tanto in tanto sente al telefono e dal quale riceve paterni inviti a dare corso al suo sogno di scrittura con metodo e dedizione.

Ma questa volontà di non far incontrare in alcun modo lo scrittore e i suoi devoti, a ben guardare, contrasta proprio con quello che Salinger stesso fa dire a Holden: Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. E forse è anche a questa contraddizione che Joanna, pur non avendo letto il libro per buona parte del film, vuole mettere inconsapevolmente rimedio.

Ebbene, Un anno con Salinger è un film pieno di deliziose tenerezze, dolce ma non allappante, capace di toccare corde importanti senza appesantire. Anzi, una delle sue qualità sta proprio nell’essere leggero, educato. Un film di intelligenti buone maniere.

Per questo motivo se proprio non si può evitare di trovare analogie queste non vanno sbrigativamente cercate tra Sigurney Weaver e Meryl Streep o tra l’agenzia letteraria sulla Madison e la redazione di Vogue USA.

Se proprio un rimando si deve cercare è meglio guardare a opere come Scoprendo Forrester (2000) di Gus Van Sant ma anche e soprattutto a 84 Charing Cross Road (1987), diretto da David Hugh Jones e tratto dal romanzo autobiografico di Hellen Hanff (ed. Archinto – 1999) e portato sullo schermo da due meravigliosi interpreti come Ann Bancroft e Anthony Hopkins. Due storie diverse ma così simili nella delicatezza del racconto che ha nella letteratura sia tema che pretesto.