L’amore ai tempi delle nuove povertà. Aki Kaurismaki il magnifico è al cinema col nostro film di Natale
In sala dal 21 dicembre (per Lucky Red) “Foglie al vento”, il nuovo magnifico e imperdibile film di Aki Kaurismaki, Prix du Jury all’ultimo festival di Cannes. Sono i tempi moderni di oggi (in senso chapliniano), il lavoro strutturalmente precario, i macchinari usurati che provocano incidenti, le bollette alte e l’amore difficile dei nuovi poveri. Che come sempre sono i suoi eroi protagonisti. Struggente come i versi di Jacques Prévert a cui fa riferimento il titolo francese (“Les feuilles mortes”) è una straordinaria favola, amara, che scegliamo come il nostro titolo di Natale …

Sei anni senza Aki Kaurismaki: il suo ultimo L’altro volto della speranza, era del 2017. Quanto ci sia mancata l’umanità di questo schivo autore finlandese lo dicono i cinque minuti di standing ovation al suo ingresso in sala a Cannes per la proiezione ufficiale del suo Les feuilles mortes (“Kuolleet lehdet”, tradotto in finlandese, e per l’appunto nel film la canzone di Kosma e Prévert la cantano in finlandese). I cinque minuti diventano dieci, non finiscono mai, sui titoli di coda. Le lacrime non entrano nel conto, le risate entusiaste a scena aperta nemmeno.
Kaurismaki ha un modo tutto suo di non somigliare a nessuno. Mi accadde di chiedergli, molto tempo fa, perché mai si dichiarasse comunista quando tutti rinnegavano il comunismo. “Qualcuno deve pur esserlo”, rispose serafico. Il suo Les feuilles mortes (nelle sale italiane come Foglie al vento) è un film di ottantuno minuti. Se sei bravo, bastano per dire tutto. E “tutto” sono i tempi moderni di oggi (in senso chapliniano, vedremo perché), il lavoro strutturalmente precario, i macchinari usurati che provocano incidenti, le bollette alte e l’amore difficile dei nuovi poveri.
Lavoratori poveri sono gli eroi del film, un uomo e una donna che fanno fatica a campare: quel tipo di persone che di norma il cinema ignora e le sole di cui Kaurismaki, da sempre, si occupa. Lei viene licenziata da un supermercato per una colpa gravissima: si è messa in borsa un panino scaduto. Era invendibile, ma per il capo e il sorvegliante la sola destinazione legittima è il cassonetto dei rifiuti: “Appartiene alla spazzatura”. Non serve che le altre commesse si autodenuncino per solidarietà.
Lui fa l’operaio e per andare al karaoke di quartiere si lustra le uniche scarpe. Chi lo considera un gesto da secolo scorso non ha le idee chiare sulle statistiche. C’è uno scambio di sguardi, potrebbe cominciare il romanzo, ma invece no: è una love story che procede per contrattempi, come nel cinema anni ’50 a cui il nostro finlandese è esteticamente ancorato. Il protagonista maschile oltretutto, Jussi Vatanen, è identico a James Stewart da giovane. A casa, lei (Alma Poysti) stacca il contatore: la luce costa, per una disoccupata. Anche questo appartiene al presente.
Come sempre, gli scarni dialoghi sono surreali. Lui al bar con un altro operaio: “Sono depresso”. “Perché?” “Bevo molto” “Perché bevi allora?” “Perché sono depresso”. La coppia si ritrova per caso quando la donna ha appena perso un altro lavoro (e la paga) in un bar: hanno arrestato il proprietario, spacciava. Lui le offre il cinema. Proiettano I morti non muoiono, il film di zombie di Jim Jarmush. Scambio d’idee di due proletari all’uscita: “Mi ha fatto pensare a Diario di un curato di campagna / A me ha ricordato Bande à part. (Boato di risate in sala, alzi la mano il cinefilo che non scova improbabili citazioni colte in qualsiasi scemenza).
Per inciso, ogni volta che qualcuno accende la radio, nel film, passano esclusivamente notizie sull’Ucraina. È comico perché è un problema di tutti. Le canzonette invece, soprattutto quelle sdolcinate di una volta, parlano dei sentimenti che i personaggi provano in quel momento. Alla Fanny Ardant convalescente d’amore di La signora della porta accanto François Truffaut del resto faceva dire: “Non sento i notiziari, solo le canzonette. Solo quelle dicono la verità”.
E comunque il Lui e la Lei (senza nome quasi per tutto il film, quindi universali) continuano a perdersi e a ritrovarsi, cambiando lavori: lei inserviente in fonderia, lui manovale in un cantiere. Quando finalmente lo invita a cena, ci sono dettagli che stringono il cuore: la piccola bottiglia di vino che può permettersi, un piatto e posate in più per l’ospite. Che butterà via quando scopre che è un ubriacone, come suo fratello e suo padre.
Prima dell’happy ending succederà ancora molto: una cagnetta sporca e affamata raccolta dalla strada, la disintossicazione di lui per amore e la tegola di un incidente che lo manda in coma. Perché per i poveri le disgrazie non finiscono mai. Com’era quella battuta di Miracolo a Le Havre?: “In questo quartiere i miracoli non accadono”.
ATTENZIONE SPOILER: Sul finale non puoi non piangere perché, sulle note di Les feuilles mortes, è quello di Tempi moderni: Charlot e la Monella sulla strada, con una bestiolina in più. Ha un nome il cane? Sì: Chaplin.
Teresa Marchesi
Giornalista, critica cinematografica e regista. Ha seguito per 27 anni come Inviato Speciale i grandi eventi di cinema e musica per il Tg3 Rai. Come regista ha diretto due documentari, "Effedià- Sulla mia cattiva strada", su Fabrizio De André, premiato con un Nastro d'Argento speciale e "Pivano Blues", su Fernanda Pivano, presentato in selezione ufficiale alla Mostra di Venezia e premiato come miglior film dalla Giuria del Biografilm Festival.
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