L’amour fou di Baudelaire: la Venere nera. Un doc (Nexo) per riscoprire la sua musa cancellata

Nella libreria Nexo +, “Baudelaire e la Venere nera – La musa Jeanne Duval” della regista Régine Abadia. Un viaggio attraverso la vita ma soprattutto l’unico, appassionato e turbolento amore di Charles Baudelaire per Mademoiselle Berthe, nome d’arte di Jeanne Duval attrice e danzatrice creola. Una storia diventata leggenda e come tale piena di interrogativi. A cominciare da quel grande quadro di Gustave Courbet dove la “venere nera” sembra essere stata appositamente cancellata …

 

Come attrice e danzatrice nel parigino teatro del Panthéon o della Porte Saint-Antoine, si faceva chiamare Mademoiselle Berthe. Di lei si conoscono il nome, Jeanne, e il cognome che utilizzava più di sovente, Duval – ma a volte Lemer, o anche Lemaire – e l’appellativo di “Venere nera”, per via della sua pelle color caffèlatte di mulatta; creola di origini haitiane, africane e francesi, figlia, a quanto pare, di Marie prostituta di Nantes, la sua figura rimane, un secolo e mezzo circa dopo la sua scomparsa, un mistero: non si conosce la data del suo arrivo a Parigi, né il luogo dal quale proveniva, né la sua età. E neanche della sua data di morte si ha certezza.

Anche se nei vent’anni e più di durata della loro relazione – iniziata nel 1842 – non mancarono le avventure da parte di lui, Jeanne Duval fu, a detta dei più, l’unico, appassionato e turbolento amore di Charles Baudelaire (1821 – 1867), il poeta francese, scrittore, critico d’arte, giornalista maestro del simbolismo, precursore dei “poeti maledetti” e traduttore fra gli altri di Edgar Allan Poe, nonché autore del capolavoro della poesia ottocentesca, la raccolta Les fleurs du mal (1857) per cui verrà processato con l’accusa di “offendere la morale pubblica e il buon costume”.

L’intrigante dèa, l’amour fou di Baudelaire è, nel bicentenario della nascita del poeta, la protagonista del documentario Baudelaire e la Venere nera – La musa Jeanne Duval realizzato nel 2020 dalla regista Régine Abadia, diffuso da qualche giorno in Italia da Nexo+ e che intende restituire all’enigmatica Jeanne, indiscussa ispiratrice e destinataria di Les Fleurs du mal, umanità e dignità.

È con un monumentale dipinto di Gustave Courbet L’atelier del pittore del 1855 (nella foto di copertina) – oggi conservato al Musée d’Orsay – che si apre il lungometraggio proposto da Nexo+: viene rappresentato, fra altri personaggi, Baudelaire che legge sul lato destro del quadro, e dietro di lui si intravede una silhouette leggermente sfocata, come un fantasma, vestita di azzurro.

Si tratta di Jeanne Duval, coperta con una mano di vernice. Fu su richiesta di Baudelaire che Courbet cancellò Jeanne dal suo dipinto? Se sì, per quale motivo? Eppure non di rado lui stesso aveva raffigurato l’adorata musa, a inchiostro di china, a margine dei suoi manoscritti.

Al pari di tante figure femminili che frequentarono il poeta, sistematicamente denigrate dai biografi e dagli studiosi della sua opera come per scusarne il comportamento “fuori dalle righe”, che avrebbe adottato influenzato da esse, anche Jeanne fu maltrattata, ridicolizzata, descritta come venale e violenta. In tanti si limitarono a basarsi sulle testimonianze dei contemporanei, non poco influenzate dal razzismo ancora imperante all’epoca: inammissibile che “un’attrice nera, con occhi grandi come zuppiere” potesse avere ammaliato un genio, ancorché bohémien il più delle volte squattrinato e indebitato.

Per dirne soltanto una: “vampira sorniona, bugiarda, debosciata, spendacciona, alcolista, e per giunta ignorante e stupida” (Charles Baudelaire, 1952) scriveva nientemeno che Pascal Pia, il rinomato critico e scrittore inseparabile amico e compagno di avventure intellettuali di Albert Camus che gli dedicò Il mito di Sisifo! E pochi anni dopo, nel 1957 – ricorda ancora Nexo+ -, in occasione del centenario della pubblicazione di Les fleurs du mal, un’esposizione alla Biblioteca nazionale di Parigi dedicò ben due sezioni alle amanti Apollonie Sabatier e Marie Lebrun, mentre la figura di Jeanne veniva evocata soltanto da un dipinto di Goya raffigurante una strega!

Eppure gli amici del poeta, da Gérard de Nerval, figura di spicco del romanticismo, a Gustave Courbet, testimoniano del ruolo-chiave che la donna svolse nella vita di Baudelaire: il richiamo alla sensualità, la fiducia in se stesso, nonché la tenerezza di cui era stato privato dalla famiglia, specie dal patrigno, l’inflessibile tenente colonnello Aupick; nel tentativo di “redimerlo”, lo aveva spedito, appena ventenne, nelle Indie, convinto che “potrà tornare poeta, se vi si ostina, ma almeno avrà tratto ispirazione da fonti altre che le fogne di Parigi”, perché da adolescente Charles era solito accompagnarsi con prostitute.

Solo in anni più recenti si è riconosciuto che la relazione con Jeanne – una “sangue misto” – in anni precedenti all’abolizione dello schiavismo ha svolto una funzione “liberatoria” per il giovane Charles, permettendogli di emanciparsi dall’ambiente in cui lo si intendeva far vivere e dal patrigno.

Régine Abadia mette anche in luce che Baudelaire fece sì che i versi dedicati a Jeanne rimanessero immortali: l’amore, nei confronti della bellezza e più in generale per la vita, emerge possente nelle diciotto liriche che dedicò a Jeanne, declamate in sottofondo del documentario: “Quando a occhi chiusi, in una calda sera d’autunno, respiro il profumo del tuo seno ardente, vedo scorrere rive felici che abbagliano i fuochi di un sole monotono”. Il poeta vi esprime sentimenti di rara intensità, e alla sua “cara indolente” dedica Il serpente che danza: “Quando cammini con quella cadenza, bella d’abbandono, fai pensare a un serpente che danza in cima a un bastone”.

Per venti e più anni Charles e Jeanne vissero un intenso rapporto, contrassegnato da convivenze, separazioni, rotture e riconciliazioni: nel 1845 il poeta scrisse al notaio, in una lettera venduta all’asta nel 2018 per 234.000 euro, prima di un tentativo di suicidio che si concluse con un semplice graffio: “Quando Jeanne, l’unico essere in cui ho trovato qualche riposo, riceverà questa missiva, io sarò morto (…). Tranne la parte riservata a mia madre, dovrà ereditare tutto ciò che ho lasciato”. Ma pochi anni dopo “Jeanne è diventata un ostacolo non solo per la mia felicità, ma per il miglioramento della mia mente (…) sono lieto che non vi siano armi in casa”.

A conti fatti ci si chiede: se non fu Baudelaire a convincere l’amico Courbet di eliminare la figura di Jeanne dal dipinto in seguito all’ennesima rottura avvenuta nel 1856, altri hanno forse voluto occultarne l’esistenza, ovvero l’influenza esercitata sull’opera del grande poeta? Cinquant’anni dopo il colore sulla tela iniziò a dissolversi portando alla luce la silhouette di Jeanne una volta per tutte e restituendole, almeno idealmente, il ruolo che le spetta.