Léo Malet, il mistero dell’operaio scomparso

“Le acque torbide di Javel” inaugura la nuova collana Darkside di Fazi Editore. L’indagine di Nestor Burma nel XV arrondissement, quartiere povero parigino, negli anni ’50: tra ironia malinconica, sesso e denaro, il colpevole è la medietà degli esseri umani…

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 Léo Malet significa noir: a vent’anni dalla morte, l’autore di Montpellier torna in libreria con Le acque torbide di Javel, finora inedito, pubblicato ora da Fazi Editore (pag. 176, euro 14). È il romanzo che inaugura la collana Darkside, nuova collezione dedicata alle sfumature del giallo (noir, thriller, crime e mistery fiction, si legge nella presentazione). Nel panorama cine-letterario italiano, che minimizza il giallo riducendolo a meccanismo di genere, la casa editrice parte con quattro titoli e annuncia nomi rilevanti nel futuro: tra questi Pierre Lemaitre, Shane Stevens e William Blatty, lo scrittore de L’esorcista. la vita e uno schifo

L’esordio è già rimarchevole: padre del noir, seminale per tutti i successivi, Malet da noi è spesso sottovalutato e occultato, se si eccettuano le inchieste di Nestor Burma raccolte da Rizzoli e proprio da Fazi. La Trilogia nera, vetta di questa letteratura, è fuori catalogo: difficilmente reperibile il capolavoro La vita è uno schifo (1948), parabola simbolica del terrorista Jean, che uccide e ruba per la rivoluzione, ma confonde il crimine con l’ideale, scambia la missione per un amore e viene risucchiato da una donna fatale.

120 rue de la gare

Le acque torbide di Javel (1957) si iscrive nelle indagini di Nestor Burma, detective inventato da Malet e battezzato in 120, Rue de la Gare (1943). Compreso nella serie “Nuovi misteri di Parigi”, il ciclo dedicato ai quartieri parigini, il libro si apre con la cartina del XV arrondissement: qui l’autore, ironicamente, dissemina indizi o depistaggi, sottolineando con note sulla mappa sia i luoghi rilevanti (“Questa parte di place de Breteuil riservava delle sorprese…”) sia i vicoli ciechi (“Nonostante la vicinanza dei Mattatoi, nulla di troppo tragico da segnalare a rue de la Saïda”), già manovrando la nostra posizione in un senso o nell’altro.

le acque torbideSubito dopo troviamo Burma in un condominio povero della Parigi degli anni ’50: parlando – come sempre – in prima persona egli “affronta” due adolescenti banlieusards, si direbbe oggi che lo introducono all’innesco dell’intreccio. Paul, operaio metalmeccanico alla Citroen, è svanito senza traccia lasciandosi dietro la moglie Hortense, da poco incinta: è la donna che chiede al detective di ritrovare il marito. Prima di incontrarla – però – Nestor si ferma a osservare un paio di mutandine femminili che si librano nell’aria stese ad asciugare.

Senza svelare il plot, le curve e i colpi di scena, lo scrittore dialoga con Simenon, paragone storico: da una parte Burma si accosta a Maigret per l’abitudine di penetrare lo scenario, entrare nei bistrot, impregnarsi dell’ambiente che indaga, insomma diventare “uno del posto” per costruire gradualmente la soluzione dell’enigma. Dall’altra in Malet, a differenza dell’altro, l’elemento sessuale è spesso centrale e affrontato a viso aperto: insoddisfazioni, pulsioni e deviazioni abitano le trame in modo più o meno evidente. Il dettaglio degli slip, qui, è un indizio sull’insoddisfazione di Paul nei confronti della moglie, non bella, e  una possibile traccia per ritrovarlo, esattamente come la chiave sessuale portava allo scioglimento del caso ne La vita è uno schifo.

Malet conduce il mistero in modo strategico, mostrando o celando informazioni decisive dalla prospettiva di Burma e giocando sulla “finta” focalizzazione interna: Nestor sa qualcosa che talvolta non dice o rivela successivamente, sottraendo così tessere al puzzle fino al momento per lui opportuno.

L’autore procede trasfigurando perfino se stesso, come nel travestimento di Burma da clochard (anche Malet fu senzatetto) e, nel gruppo di arabi guardati con sospetto, disegna schizzi di sessant’anni fa che ci portano al contemporaneo.

È anche un romanzo politico, Le acque torbide di Javel, che però – come uso dello scrittore – si muove a lato della politica sfiduciandola col suo scetticismo nichilista: anche stavolta lo scioglimento mostra una premessa ideologica che deraglia nell’ossessione per il sesso e nella malia del denaro. Nel mondo di Malet l’impegno possibile e i sentimenti compiuti non trovano spazio e ricadono nella mediocrità dell’uomo, incapace di credere e amare: Burma si muove tra le macerie, i feticci del noir (femme fatales, omicidi, colpi in testa) e l’ironia nata sconfitta, sono la maschera di questa realtà.