Leone, Cesare, Norberto e gli altri. Con le armi della cultura contro il fascismo

È “La scelta di Leone”, il doc di Florence Mauro dedicato alla troppo breve ma intensa e coraggiosa vita di Leone Ginzburg, morto a soli 35 anni nelle carceri fasciste. Traduttore, filologo, saggista e fondatore insieme a Cesare Pavese della casa editrice Einaudi, Leone – ebreo russo nato a Odessa – sì formò nello storico liceo d’Azeglio di Torino con un formidabile gruppo di diciassettenni: Cesare Pavese, Norberto Bobbio, Massimo Mila, Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Giorgio Agosti …

Scritto e diretto da Florence Mauro, distribuito da Istituto Luce-Cinecittà, prodotto da GraffitiDoc – Zadig Productions (Francia) in coproduzione con ARTE France, La scelta di Leone racconta la, troppo breve ma estremamente coraggiosa, vita di un protagonista assoluto della nostra vicenda nazionale: Leone Ginzburg.

“L’Italia ha dimenticato la propria storia? Intere generazioni, dopo la guerra e il fascismo, sono insorte. Sono state sacrificate”, si avverte nell’incipit del film.

E allora vediamoli i rappresentanti di queste generazioni immolate.
Ecco dei ragazzi giovanissimi e già pronti alla vita; non disposti a piegare la schiena. Esempi pulsanti per i giovani di ogni epoca.
Succede ad esempio a Torino, nel 1923. Il fascismo ha preso il potere con i suoi metodi sbrigativi e brutali, ma al liceo classico Massimo d’Azeglio ecco proprio un gruppo di inflessibili diciassettenni che si forma intorno all’insegnamento di professori antifascisti come Augusto Monti e Zino Zini.

Questi ragazzi si chiamano Cesare Pavese, Norberto Bobbio, Massimo Mila, Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Giorgio Agosti. Tra loro c’è anche un coetaneo ebreo russo nato a Odessa, Leone Ginzburg, da tempo a Torino, dopo infinite e romanzesche peregrinazioni familiari.

Spiega così il proprio interesse la regista Florence Mauro: “era in questo gruppo quello che per me dominava, perché rifiuta qualsiasi compromesso con il regime fascista e il suo radicalismo morale e politico è esemplare”.

Di famiglia considerevole ed erudita, e di immensa cultura, Leone nella sua classe gode di grande prestigio per il rigore e l’autorevolezza, ed il piglio, già da uomo. Ricorda il compagno di scuola Norberto Bobbio: “La nostra classe, o per lo meno alcuni di noi, avevano acquistato una speciale sensibilità […] per la presenza di un giovane precocissimo, che aveva, a quindici anni – quando entrò al d’Azeglio come studente di prima liceo – tal vastità di cultura, tal maturità di giudizio e tal altezza di coscienza morale da suscitar meraviglia nei professori – e uno di quei professori lo ha chiamato discepolo maestro – e schietta ammirazione, senza invidia, nei compagni: parlo di Leone Ginzburg”.

Ognuno di quei “ragazzi” del d’Azeglio aveva stoffa e lotterà a suo modo contro il regime, chi con l’azione politica, chi con la cultura. Studiare era preservare la propria integrità. Studiare era già lottare.
Leone Ginzburg, traduttore, filologo, saggista, fonderà nel 1933 con Pavese e Einaudi l’omonima casa editrice di cui diventa poi “puntiglioso”, instancabile ed esigente direttore editoriale.
In ossequio alle proprie idee, rifiuterà di prestare giuramento di fedeltà al regime fascista e pertanto verrà cacciato dall’università.

Intensifica l’attività clandestina nel movimento “Giustizia e Libertà” e poche settimane dopo viene arrestato con Carlo Levi, Augusto Monti ed altri. Condannato a quattro anni di reclusione, un’amnistia gliene risparmia due, e lui esce dal carcere di Civitavecchia il 13 marzo del 1936. Non gli è consentito però di svolgere attività pubblicistica, così si tuffa, con Cesare Pavese, in un intenso lavoro all’Einaudi.

Nel giugno 1940, subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il “politicamente pericoloso”, “l’ebreo” Leone Ginzburg venne inviato al confino nel paese di Pizzoli, presso L’Aquila, dove lo raggiungono poco dopo la moglie, la scrittrice Natalia Ginzburg, e i due figli. I tre anni di confino interrotti solo da un permesso di una ventina di giorni, nei quali partecipò all’elaborazione di quello che divenne poi il “Programma in sette punti del Partito d’azione”.

Nel 1943, a Roma, Leone Ginzburg fu arrestato e condotto a Regina Coeli. Trasferito al braccio controllato dai tedeschi, fu torturato a sangue durante gli interrogatori. Sandro Pertini, detenuto insieme con lui, ricorda di averlo incontrato, sanguinante, dopo l’ultimo interrogatorio. Morì in carcere il 5 febbraio del 1944, a soli 35 anni. È sepolto al Cimitero del Verano di Roma. Poco prima di morire scrisse una struggente e sovente ricordata lettera alla moglie Natalia.

Il suo vecchio “prof” Augusto Monti lo celebrerà così: “il giovinetto che faceva lavorare i vecchi, e incuteva soggezione ai maestri, si chiamava Leone Ginzburg. È morto, esule dalla sua patria materna, la Russia, dalla sua patria scolastica, il Piemonte, e dalla sua patria ufficialmente e volontariamente acquisita è stato ammazzato, cioè dall’Italia del nazifascismo”.

La regista Florence Mauro ricrea con cura ed attenzione la temperie di quell’epoca in cui quel gruppo di “formidabili” diciassettenni, tra liceo, una passeggiata sul Po, non rinunciando alla loro allegria, anzi trasformandola in studio e passione ideologica, si è battuto per una Italia nuova e migliore, e di conseguenza contro il fascismo e tutto ciò che rappresentava.
Tra le tante testimonianze raccolte nel film, quella dello storico Carlo Ginzburg che per l’occasione ha concesso una rara intervista sul padre Leone.