L’insostenibile “vita bugiarda degli adulti”. Delude la nuova serie dalla Ferrante

Delude “La vita bugiarda degli adulti” la nuova serie Fandango, nel catalogo Netflix, firmata da Edoado De Angelis dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante, qui anche alla sceneggiatura insieme al regista, Francesco Piccolo e Laura Paolucci. Sciatto il linguaggio degli interpreti, Valeria Golino troppo in stile Anna Magnani e Giordana Marengo è insopportabile come voce narrante. Forse la Ferrante non avrebbe dovuto fare anche la sceneggiatrice; forse, se fosse stato doppiato o se gli avessero messo sotto dei bei sottotitoli, l’insofferenza per questa serie tv sarebbe stata minore…

Sono nata a Milano. Sono figlia di attori: lui del Nord, lei del Sud. Sono nipote di Titina e Peppino e nel ‘72 mi sono laureata a Roma con una tesi sul Teatro umoristico dei De Filippo che ha permesso di salvare da un incendio documenti preziosi sui loro primi successi. E da cui molti studiosi e scrittori hanno attinto.

Ho letto, dalle prime uscite, tutti i libri di Elena Ferrante e li ho molto apprezzati, immaginando da subito che l’avrebbero fatto anche all’estero.
Per niente, invece, mi è piaciuto il più recente: La vita bugiarda degli adulti. Ma un incidente di percorso capita a chiunque.
Per professione mi occupo di Cultura e spettacolo dagli anni Settanta. Soprattutto di cinema dai primi Novanta dello scorso secolo. Dunque sono un’anziana, ma purtroppo non sorda e non bugiarda. Aggiungo che non ho mai visto Un posto al sole e invece ho visto su Netflix serial bellissimi, soprattutto inglesi, ma non solo.

Lunga premessa che può sembrare narcisistica, dovuta invece solo per giustificare l’insostenibile insofferenza provata vedendo e dopo aver visto, dall’inizio alla fine, le sei puntate de La vita bugiarda degli adulti, produzione Fandango, regia di Edoardo De Angelis che ha scritto la sceneggiatura con la stessa Ferrante, Francesco Piccolo e Laura Paolucci.

Il primo virus è il “Covid” che ha devastato buona parte del cinema italiano: la sciatteria del linguaggio che rende incomprensibile quanto gli attori dicono. E non dipende di certo dal dialetto in questione. Come in passato molti grandi, tra cui quelli che ho citato in apertura, hanno appunto dimostrato. Né dai fonici. Anche se non si può negare che ce ne siano di pessimi nella categoria. Ma, ritengo, dalla scarsa preparazione professionale o forse dall’illusione che biascicando l’interpretazione sembri più naturale.

In questa storia di perenne guerra napoletana tra “bassi” e “alti”, nel senso proprio di locati (in questo caso di benestanti radical chic di sinistra anni ’90 e comunisti popolani buoni o delinquenti), la protagonista, Giovanna adolescente rabbiosa e altolocata fa il percorso inverso a quello della Lenù de L’amica geniale tuffandosi tra i “bassi” per incontrare e conoscere una zia rinnegata dal padre intellettuale che da quel tipo di cultura proviene.

Ho pensato che forse Valeria Golino doveva fare meno la caricatura di Anna Magnani; forse Giordana Marengo con quel volto espressivo da arrabbiata doveva usare anche la parola e non usarla invece solo come narrante (insopportabile come quella di Alba Rohrwacher ne L’amica geniale); forse la Ferrante non avrebbe dovuto fare anche la sceneggiatrice; forse, se fosse stato doppiato o se gli avessero messo sotto dei bei sottotitoli, l’insofferenza per questa serie tv sarebbe stata minore.
Ma credo non sarebbe bastato.