Lo scrittore di mezza età e il giovane letterato sulla jeep. Quanto già visto ne “La mia ombra è tua”

In sala dal 28 giugno (per 01 Distribuzione) dopo il passaggio al Festival di Taormina “La mia ombra è tua ” di Eugenio Cappuccio dall’omonimo romanzo di Edoardo Nesi. Un incontro-scontro tra due generazioni sullo sfondo di una difficile convivenza: quella tra la contemporaneità e i ritmi dell’Italia paesana. Marco Giallini nei pani dello scrittore un tempo di successo in cerca di nuova ispirazione che deve arrivargli dal giovanissimo della generazione Z. Tanto già visto e tanti luoghi comuni col sapore de “I Delitti del Bar Lume” …

“Io non ho una casa, solo un ‘ombra. Ma tutte le volte che avrai bisogno di ombra, la mia ombra è tua”. La frase, carpita dal capolavoro di Malcolm Lowry Sotto il vulcano, dà il titolo e l’incipit al nuovo film di Eugenio Cappuccio.
Tratto dall’ultimo libro di Edoardo Nesi (La Nave di Teseo), La mia ombra è tua intreccia un incontro-scontro tra due generazioni sullo sfondo di una difficile convivenza: quella tra la contemporaneità e i ritmi dell’Italia paesana.
Marco Giallini è “il Vezzosi”, articolo e cognome alla toscana, debosciato e disincantato che vive isolato in un casale della collina toscana (ha una jeep targata Pisa, ma Nesi è di Prato e la zona preappenninica è analoga), da decenni seduto sugli allori dell’imprevisto successo planetario di un libro scritto vent’anni prima.
Accanto a lui Mamadou, una sorta di Lothar di Mandrake, nero, possente, servizievole e protettivo della privacy e delle bizzarrie dello scrittore. Come contraltare c’è Giuseppe Maggio nei panni di Emiliano De Vito detto Zapata, un ventiduenne, Generazione Z che più di così non si può, laureato cum laude in lettere antiche.
Gliel’ha inviato un professore universitario per fargli da assistente nella stesura di un ipotetico libro che dovrebbe replicare gli esiti del precedente. Favorito da una sbronza epocale, fin dall’inizio, il timido giovane sbatte in faccia al Vezzosi, colpevole di essere a pieno titolo un boomer e di aver sospirosamente pronunciato la parola “nostalgia”, tutto il catalogo delle recriminazioni della propria generazione verso chi ne ha devastato il presente e vietato il futuro.
Lo svolgimento della storia, che è d’obbligo lasciare allo spettatore, vedrà un viaggio in jeep (chi definisce un on the road quei 300 km forse esagera un pochino, non lo è neppure se in sottofondo metti On the road again dei Canned Heat) dal casale toscano alla Milano tutta City Life, fiere del vintage dove la parola d’ordine urlata è: “gli ’80 e ’90 sono stati gli anni più belli!”.
E via continuando con plasticoni simili, ivi compresa (intollerabile stereotipo di una ben più intollerabile realtà contemporanea) l’influencer da milioni di followers che spara a raffica idiozie da stories di Instagram “dette in corsivo” come va di moda ultimamente. A Milano Vezzosi ha segretamente organizzato un incontro con Isabella Ferrari, ovvero Milena, antico e mai dimenticato amore che attende da 38 anni.
Spazziamo subito il campo da ogni indugio: Edoardo Nesi, già vincitore del premio Strega nel 2011 con Storia della mia gente (Bompiani 2010), e traduttore, tra l’altro, di Infinite jest (Einaudi 2006), romanzo monstre di David Foster Wallace, ci aveva fatto sperare in qualcosa di più e di diverso da una storia così risaputa.
Quanti libri e film abbiamo letto e visto e quanti altri ne vedremo sullo scrittore di successo cinico, eremita e incline a stravizi alle prese col giovane che irrompe nella sua vita? Come poi si articola ogni volta è puro dettaglio. Potrebbe essere un divertente gioco da fare la sera tra amici cinefili. Biografici o di pura fantasia, tutti i generi ammessi. Comincio io: Scoprendo Forrester con Sean Connery mentore di un giovane aspirante scrittore afroamericano.
Non è questione di esterofilia o puzza sotto al naso ma l’esilità della sceneggiatura (di Laura Paolucci, Edoardo Nesi, Eugenio Cappuccio) intessuta di stereotipi non va molto lontano. Giallini che fa il Vezzosi così tanto Rocco Schiavone, lo si perdona per tutto l’amore che gli si porta e perché, in fondo, quello scrittore può essere così.
Chi risulta un po’ stucchevole è Zapata, il brufoloso introverso, che sta sempre a smanettare con l’apparecchio dei denti… manca solo una battuta alla Mimmo di Verdone: “E metti l’apparecchio e togli l’apparecchio…”. E poi c’è Isabella Ferrari che sembra la Selvaggia di Sapore di mare dei Vanzina in un ipotetico sequel a 54 anni compiuti, stessa recitazione e analoghe battute sul copione.
Peccato per Nesi e peccato anche per Eugenio Cappuccio che sappiamo capace di cose migliori. Volevo solo dormirle addosso (2004) o Uno su due (2007) avevano ben altro spessore rispetto a questo film che rende inevitabile pensare a Pieraccioni o alla serie de I Delitti del Bar Lume, dei quali ha diretto un episodio.
Resta un’ ultima domanda: che cosa c’entra la frase di Lowry con la storia? Non è dato a sapere, almeno per quanto riguarda il film, però ci sta bene, arreda e concede quel tocco intellettuale che non guasta.