Monuments Men all’italiana ne “I colori della Tempesta”. Ritorno al cinema (attualissimo) di Roberto Dordit
Va a “I colori della Tempesta” di Roberto Dordit (Apnea) il Premio Speciale Comunicazione – Premio Rotondi, dedicato alla figura del Soprintendente alle Antichità e Belle Arti delle Marche, che si tiene da 28 anni a Sassocorvaro. Di lui racconta il film , ispirato alla vera storia di Pasquale Rotondi che durante la Seconda Guerra Mondiale salvò, raccogliendo e custodendo tra Sassocorvaro e Carpegna, le più importanti opere d’arte italiane, per proteggerle da bombe e razzie naziste. Un dramma storico per celebrare i “Monuments Men” di casa nostra, con una riflessione (suggerita anche dall’allegoria del quadro di Giorgione “La Tempesta”, centrale nel film) sull’importanza di sottrarre la cultura dalla furia bellicista e dai tentativi di appropriazione del potere, ieri come oggi. In sala dal 21 maggio (per RS Productions), dopola presentazione al Bif&st …

Se la bellezza, come spesso si dice e auspica citando magari impropriamente L’idiota dostoëvskijano, salverà il mondo, a volte è invece la bellezza a dover essere salvata dalla furia di un mondo impazzito: la Seconda Guerra Mondiale in questo senso rappresenta un caso emblematico.
Ma non ci sono stati solo i Monuments Men, rievocati da George Clooney nell’omonima trasposizione cinematografica (2014) del romanzo di Robert Edsel, a girare l’Europa per salvare le opere d’arte dalle scorrerie naziste. In Italia, qualcosa del genere l’ha fatta lo storico dell’arte Pasquale Rotondi (1909-1991), nell’ambito della, a lungo dimenticata, “Operazione Salvataggio” di cui ci parla I colori della Tempesta, nuova prova nel lungometraggio di finzione per il regista e documentarista Roberto Dordit (a oltre vent’anni dal sorprendente esordio Apnea), in sala dal 21 maggio per RS Productions dopo l’anteprima al Bif&st 2025.
È il 1939, all’alba della carneficina planetaria scatenata dalla Germania hitleriana (e al cui macabro banchetto l’alleato fascista si unirà presto, finendoci peraltro strozzato), quando il neo-Soprintendente alle gallerie e alle opere d’arte delle Marche Rotondi (che sullo schermo ha il volto di Simone Liberati) riceve dall’allora Ministro dell’educazione nazionale Giuseppe Bottai (Simone Finotti) l’incarico di trasferire in un luogo riparato dalla furia del conflitto gli esemplari più preziosi del patrimonio artistico italiano.
Ad aver avuto l’idea è però Giulio Carlo Argan (Marco Brandizi): il critico (nonché futuro sindaco di Roma e senatore per il Partito Comunista Italiano) ha proposto Rotondi perché, lo sentiamo dire nel film, è la «persona più pignola e ossessiva che conosca», al punto da entrare subito in contrasto con Bottai rifiutandosi di radunare tutti i (capo)lavori a Urbino, sotto cui si estende una galleria usata come deposito di esplosivi e gas venefici.
«Usano l’arte per fare da scudo alle armi invece che il contrario», protesta infatti Rotondi, che come luoghi alternativi trova la Rocca Ubaldinesca di Sassocorvaro e il Palazzo dei Principi di Carpegna, dove confluiranno oltre 7.000 opere, fra cui quadri di Caravaggio, Bramante, Mantegna, Tintoretto, Bellini. E Giorgione, la cui allegorica Tempesta del 1507 sarà l’oggetto più ambito dal tenente delle SS Weber (Massimo Bitossi), che nel Belpaese occupato dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 ha il compito di sequestrare i tesori artistici e portarli in trofeo al Führer.
Per impedirlo si riveleranno fondamentali, al fianco del protagonista, persone tutt’altro che esperte di dipinti ma di grande coraggio e coscienza civile, come l’autista Augusto Pretelli (Antonio Di Matteo) e il giovane Gino Montagna (Emanuele Ciocca), che si unirà ai partigiani. Senza dimenticare il contributo chiave delle donne, in testa la moglie di Rotondi, Zea Bernardini (Lia Grieco), anche lei storica dell’arte: perché ci sono state anche le “Monuments Women”.
Dordit, anche soggettista e sceneggiatore con Claudio Pallottini, ci consegna un film e un affresco d’Italia molto diversi dal noir ambientato nel cupissimo, alienato e cinico Nord-Est anni Duemila di Apnea: se lì la fotografia fosca, i dialoghi secchi e taglienti, il giallo labirintico da hard boiled nostrano accompagnavano uno spaccato di imprenditoria corrotta, lavoro sfruttato, malessere pervasivo e disperati tentativi di riscatto, stavolta lo stile di racconto trasparente e diretto (dinamizzato dal montaggio alternato che ci mostra ora la genesi dell’Operazione Salvataggio ora il suo momento cruciale nell’autunno ’43) è al servizio di un dramma storico dove bene e male hanno confini netti, e il buio della lunga notte nazifascista si riscatta, luminoso, nella celebrazione dei piccoli grandi eroi messi in scena.
Nondimeno qualcosa di fertilmente ambiguo, a ben vedere, c’è in questi Colori della Tempesta, e sta proprio nella centralità del quadro che dà il titolo al film: quell’accostamento enigmatico di figure, destinato ad alimentare sempre nuove interpretazioni, è la finestra attraverso cui la fiction in costume si proietta verso altre epoche e contesti dove la furia di un potere (auto)distruttivo minaccia di annichilire (anche) gli oggetti della creatività, della memoria e dell’identità condivisa. Compreso il nostro presente, a cui è difficile non pensare guardando agli odierni teatri di guerra (solo a Gaza l’UNESCO ha verificato danni a 164 siti culturali dall’inizio dell’offensiva genocida israeliana).
Ma oltre alla cancellazione materiale dei prodotti di un’intera civiltà, il film di Dordit ci ricorda la minaccia della loro appropriazione violenta da parte dei dominatori, piegando anche l’arte e la sua capacità di produrre significati alla propaganda dell’occupante, del colonizzatore, del capo. Che oggi, senza neanche bisogno di portarsi in casa le opere, può ricorrere all’I.A. per piegare grottescamente icone ed estetiche ai propri deliri di onnipotenza. Rotondi vede l’Italia e la sua bellezza in pericolo nella donna con bambino dipinta da Giorgione, sullo sfondo dei fulmini bellicisti di allora. Oggi potremmo vederci l’intero pianeta, mentre la tempesta non accenna a placarsi.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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