Nel mondo dei “vinyl nerds” di Nick Hornby. E il film è davvero tutta un’altra musica

In sala dal 6 giugno (per Bim) “Juliet, Naked” di Jesse Peretz dal romanzo di Nick Hornby, “Tutta un’altra musica” (Guanda). Una coppia di provincia, un vecchio rocker scomparso e quel mondo di “vinyl nerds” compulsivi che era la forza di Alta fedeltà. Insomma, una commedia irresistibile dall’umorismo malinconico che colpisce al cuore chi su certo rock ha palpitato davvero. Con Chris O’ Dowd, Rose Byrne e un un fantastico Ethan Hawked. Passato al Torino filmfest 2018 …

Chi non è in sintonia con Nick Hornby e con la sua “magnifica ossessione” per il rock vintage salti allegramente queste righe e il film a cui si riferiscono, Juliet, Naked, tratto dall’omonimo romanzo del 2009 (Tutta un’altra musica, Guanda ). Non gli smuoveranno emozioni di sorta. Per me il film di Jesse Peretz, visto a Torino (in Italia lo distribuirà Bim nel 2019) si piazza al livello delle migliori riletture di Hornby, Alta fedeltà in primis, e a seguire About a boy- Un ragazzo e Febbre a 90°( la versione inglese, non quella Usa).

Hornby è un autore ipersaccheggiato dal cinema, spesso con esiti non eccelsi: Non buttiamoci giù, An Education (nato come sceneggiatura), perfino due dimenticabili adattamenti italiani, È nata una stella? e Slam-Tutto per una ragazza. Per grazia, ironia e felicissima scelta di cast Juliet, Naked è quasi più intrigante del romanzo, che qualche passaggio noioso ce l’ha. Pilucca dal testo, senza cambiare una virgola, i passaggi più brillanti. E soprattutto ritrova quel mondo di “vinyl nerds” compulsivi che era la forza di Alta fedeltà, libro e film .

Il plot è decisamente spassoso: in una grigia cittadina balneare britannica Duncan (Chris O’ Dowd) tiene corsi sul cinema anni ’70, ma fondamentalmente amministra il culto di un rocker di nicchia svanito nel nulla negli anni ’90, tale Tucker Crowe, dal suo sito frequentato da un manipolo di maschi fissati. Quando per posta gli arriva il demo del mitico album Juliet (tutte ballads tristissime) la sua fidanzata succube Annie (Rose Byrne) si sfoga stroncando il “capolavoro” sul sito.

Lite, tradimento di lui, separazione , ma –sorpresa!- il rocker fantasma contatta Annie per simpatia e i due diventano amici di penna (di mouse?). Tucker è un fantastico Ethan Hawke, imbolsito e parcheggiato a riposo davanti alla tv nel garage della ex moglie. Volerà in Inghilterra perché una delle tante figlie che ha disseminato sta per renderlo nonno.

Quando l’attempata star piomba nella sperduta Sandcliff parte un’altra raffica di risate, perché Annie, che gestisce il deprimente museo locale, ha organizzato una mostra di foto-ricordo di spiaggia, il juke box si è guastato e Tucker (che nessuno ha mai sentito nominare) è costretto a cantare (per l’esattezza Waterloo Sunset dei Kinks). Da quel momento in poi (perché il film “cresce” ancora) personalmente ho smesso di ridere e ho cominciato a lacrimare, di simpatia, di nostalgia, fate voi. Il senso ultimo è che da rassegnati e sconfitti si può reimparare a volare, a cercare. Senza guardarsi indietro.

C’è un umorismo malinconico, in Juliet, Naked, che intercetta il rapporto viscerale di una generazione con la sua musica. C’è la goffaggine tenera dei migliori personaggi di Hornby. Ci sono battute che colpiscono al cuore chi su certo rock ha palpitato davvero. Come quando Duncan, a tu per tu finalmente col suo mito, che liquida Juliet come una lagna, reagisce: “Non conta quello che pensi tu, conta quello che significa per me”. Di ogni film, di ogni canzone, di ogni emozione che ti ha segnato la vita ognuno di noi può dire la stessa cosa.