Non abbandonateli (i giocattoli). “Toys Story 4” torna alla fiaba e diverte da matti

In sala dal 26 giugno (con Disney) “Toys Story 4”, quarto capitolo (firmato di Josh Cooley) della fortunata saga di Woody, il cowboy giocattolo, altruista e avventuroso, nato dalla fucina Pixar quasi 25 anni fa. Nonostante una Bo Peep in veste di avventuriera che ha già fatto parlare di “femminismo”, il film è un frizzantissimo e poetico distillato di amicizia e generosità, confezionato in formato grande schermo, in cui si torna al registro fiabesco. Divertendo tantissimo …

Cosa diventa un giocattolo senza un bimbo da accudire? Un giocattolo smarrito! Il che è quanto di peggio possa capitare.

Oppure, no, di peggio c’è l’essere dimenticati nell’armadio. Il non essere scelti. Se non sei scelto, non servi a nulla. Ma se non servi a nulla, chi sei?

Woody vuole essere ancora utile. Woody in preda a pulsioni molto umane s’interroga sul suo posto nel mondo. Dove finisce la funzione e comincia il desiderio? Quando il desiderio si trasforma in malattia?

Ama profondamente i bambini, che vuole preservare da ogni dolore. E li ama al punto da non accettare di essere accantonato. Finché la sua indole altruista e avventurosa non condurrà in un parco dei divertimenti dove ritroverà l’amore, quella Bo Peep presente nel primo Toys Story che da pastorella diventa un’avventuriera.

Messa così sembra più un trattato di psicologia, qualcosa che nel post materialismo dialettico imperversante gode di un’incessante trattazione e invece, no! Toys Story 4 di Josh Cooley è un’immersione seria, ma non per questo meno che divertentissima, in questo dilemma esistenziale.

In un turbinio di colpi di scena geniali, la strizzatina d’occhio all’horror adolescenziale di Piccoli Brividi con tanto di inquietanti marionette (ma non va dimenticato Dead Silence, accattivante horror minore con marionetta) e l’ingresso di nuovi personaggi di sicura presa, come lo stunt man Duke Caboom, il quarto episodio ruota intorno allo sceriffo più simpatico, generoso, leale, buono e coraggioso del cinema d’animazione e di colpo, la Disney è nuovamente se stessa.

Azzerato il relativismo etico e il buonismo mondialista di Star Wars e Marvel movies assortiti, (per quanto c’è già chi vede nella riscrittura di Bo, un esempio di femminismo…) che al netto d’incassi stratosferici, molto hanno fatto discutere, in questo frizzantissimo e poetico distillato di valori come l’amicizia e la generosità, confezionato in formato grande schermo, si torna al registro fiabesco che meglio lo rappresenta.

C’è ancora bisogno di sognare, e se il buongiorno si vede dal mattino, la Disney è tornata.


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