“Non è un paese per single”. Quando il romance ti fa (anche) confrontare con le tue figlie
Visione mamma-figlie diciottenni di “Non è un paese per single” di Laura Chiossone (su Prime) dall’omonimo romanzo di Felicia Kingsley, fenomeno editoriale da 4 milioni di copie vendute e Autrice dell’Anno ai TikTok Book Awards 2024. Due sorelle, una tenuta in Toscana e il caos sentimentale all’arrivo due fratelli milanesi. Insomma: romance con cipressi, “Orgoglio e pregiudizio” e una buona dose di prevedibilità. Eppure queste storie continuano a concedere qualcosa di raro: il diritto di sospendere il disincanto, anche solo per un’ora e mezza, e di accettare che, a volte, un incontro possa davvero cambiare le cose …

Ho visto su Amazon Prime Non è un paese per single, adattamento del bestseller di Felicia Kingsley, insieme alle mie figlie diciottenni. Non una di quelle serate “cineforum famigliare con dibattito finale”, ma una classica visione da divano.
La trama è semplice: due sorelle, Elisa e Giada, una madre, una tenuta in Toscana e il caos sentimentale che si accende quando arrivano due fratelli milanesi eredi della proprietà. Attrazione, scontri, fraintendimenti… insomma: romance con cipressi, Orgoglio e pregiudizio e una buona dose di prevedibilità.

Forse è per questo che il romance continua a essere così letto e discusso, e allo stesso tempo un po’ snobbato (ma non dal marketing): si consuma con facilità, mentre si fatica ad ammettere quanto lavori in profondità. Il termine è già indicativo: una narrazione in cui il centro non è l’azione, ma la relazione.
Non solo ciò che accade tra due personaggi, ma ciò che cambia dentro di loro. A un certo punto però ero talmente dentro la storyline della ragazzina che quando si avvicina il classico “ragazzo perfetto” — carino, presente, da romance impeccabile — ci casco anch’io. Si baciano, si scelgono, tutto sembra andare nella direzione giusta.
Poi, nel momento in cui lei si concede davvero, lui la scarica con una scusa qualunque. E io, senza filtri: “Ma dai, è il peggio!”. Silenzio. Poi le mie figlie si guardano ridacchiando e alla fine sbottano: “Mamma, ma sai quanti ce ne sono così?”. Ho incassato il colpo, anche se avrei voluto rispondere: “E perché ai miei tempi non c’erano?”
Poi però sono di nuovo scoppiata a ridere quando le sorelle protagoniste si cominciano a punzecchiare tra loro fino a quando la madre sbotta: “Oh ragazze, siate leggere, la vita è già abbastanza pesante.” E loro, in coro, si sono girate verso di me: “A ma’… questa sei troppo te!”. A quel punto ho capito che non stavamo più “solo” guardando un film.
Era diventato un reality emotivo a tre sul divano. Perché il romance funziona così: tu pensi di seguire una storia d’amore, invece finisci dentro un confronto generazionale travestito da commedia. Loro vedono la vita che arriva addosso. Io vedo… diciamo la vita che ho già visto arrivare addosso.
E così, tra una battuta e l’altra, il film è finito e noi abbiamo passato una serata molto piacevole e divertente. Perché in un presente spesso cinico e accelerato, queste storie continuano a concedere qualcosa di raro: il diritto di sospendere il disincanto, anche solo per un’ora e mezza, e di accettare che, a volte, un incontro possa davvero cambiare le cose.
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