Addio Marjane Satrapi. Con “Persepolis” (e non solo) ci ha insegnato il prezzo della libertà

È morta a 56 anni la fumettista e regista di origine iraniana Marjane Satrapi, che con l’acclamato “Persepolis” (graphic novel autobiografico da lei stessa trasposto in lungometraggio d’animazione, vincitore a Cannes e candidato agli Oscar) aveva raccontato, con ironia graffiante e uno stile che ha la forza e immediatezza di un classico, la condizione delle donne nell’Iran della deriva teocratica e patriarcale khomeinista, nonché la sua esperienza di esule (cittadina francese dal 2006). Al cinema seguiranno altri cinque lungometraggi, spaziando e sperimentando tra tecniche, linguaggi, temi. Sempre continuando a prendere posizione da autrice, e donna, irriducibilmente libera…

Ci sono notizie che non si vorrebbero mai ricevere, come quella della morte di Marjane Satrapi, il 4 giugno a soli 56 anni, per il «dolore» causatole dalla perdita, l’8 aprile 2025, di Mattias Ripa, «suo marito e l’amore della sua vita», hanno scritto i familiari in un comunicato.

Ma suona tanto più difficile da accettare che si debba dire addio a questa donna e artista straordinaria proprio mentre il suo Paese d’origine, l’Iran, appare stretto come non mai nella morsa distruttiva del peggior imperialismo, affarista e colonialista, dell’Occidente egemonizzato dall’Israele di Netanyahu e dagli USA di Trump (quello tentato di riportare «all’età della pietra» il Paese aggredito), e dall’altro lato ancora oppresso dal regime teocratico di cui la fumettista e regista, nata a Rasht il 22 novembre 1969, è stata fra le più riconoscibili e irriducibili oppositrici.

Lo ha fatto anche e soprattutto (ma non solo) col suo capolavoro, Persepolis, graphic novel autobiografico (pubblicata in quattro volumi a partire dal 2000, miglior albo al Festival di Angoulême nel 2001) e poi film d’animazione del 2007 (da lei stessa diretto con Vincent Paronnaud) Premio della giuria a Cannes e candidato all’Oscar. Delle tante opere che le artiste e gli artisti di origine iraniana ci hanno offerto nei decenni per raccontare, denunciare, elaborare la deriva oscurantista del loro Paese dopo la rivoluzione del 1979 e l’instaurazione della Repubblica islamica retta dagli ayatollah di Khomeini, quella di Satrapi ha assunto rapidamente, e più di altre, la statura di un classico contemporaneo.

Per la sua capacità di far incontrare memoria individuale e familiare, Storia e percorso di formazione, confessione intima e polemica socio-politica in uno stile che ha l’essenzialità e l’immediatezza della grande poesia per parole e immagini, dove il bianco e il nero hanno confini netti come la purezza di sguardo dell’autrice.

La cui ironia graffiante, tanto più quando ciò che accade intorno è dramma se non tragedia, è una delle armi fondamentali con cui oppone la propria libertà di donna a un potere patriarcale dipinto, nelle vignette e nelle sequenze cinematografiche, ad altezza di bambina e poi di ragazza e giovane adulta. Dal 1980 dell’imposizione del velo (casus belli anche nella grande rivolta dei giovani iraniani dopo l’uccisione di Masha Amini nel 2022, repressa nel sangue come sarà, ancora più spaventosamente, per le ultime proteste all’inizio di quest’anno) alla decisione dei genitori, intellettuali comunisti, di mandare a studiare la figlia Marjane a Vienna, fino al ritorno in Iran e alla nuova partenza-esilio nel 1994, verso la Francia (di cui diviene cittadina dal 2006).

Perché «la libertà ha sempre un prezzo», diceva nell’ultima vignetta di Persepolis l’autrice-narratrice-protagonista, che per i diritti delle donne (ma anche degli uomini) del suo Paese ha continuato a schierarsi e battersi fino alla fine, tra le altre cose rifiutando la Legion d’onore nel gennaio 2025 a causa dell’ «atteggiamento ipocrita» della sua patria adottiva nei riguardi della Repubblica Islamica e di chi migra da essa: «Ai giovani iraniani che bramano la libertà, ai dissidenti, agli artisti, viene negato il visto», protestava, mentre i figli degli oligarchi dallo stesso Paese «girano per Parigi e Saint-Tropez senza problemi».

Ma non si è lasciata circoscrivere nel ruolo-santino di perenne testimone-megafono dei soprusi in Iran, spaziando nel tempo tra le ambientazioni, le argomenti, i generi e i linguaggi, anche e soprattutto al cinema: cambia tecnica d’animazione nel successivo Pollo alle prugne (2011, sempre in coppia con Vincent Paronnaud), ancora da un suo fumetto, e con la commedia nera La Bande des Jotas (2012) passa al live-action, dirigendo in solitaria e cimentandosi anche come interprete. Seguono The Voices (2014), dove si misura col punto di vista allucinato di un uomo affetto da schizofrenia, e Radioactive (2019), sulla scienziata premio Nobel Marie Curie.

Un altro soggetto femminile e femminista, per un’autrice il cui femminismo non è stato addomesticato dal decoro politicamente corretto e salottiero: si pensi al suo intervento per le Giornate degli Autori del 2024, che le avevano conferito il Premio “Le vie dell’immagine” (era lo stesso anno del suo ultimo lungometraggio: il corale Paradis Paris). In quell’occasione, discorrendo col compianto Giorgio Gosetti, fece una di quelle battute da scandalizzare i benpensanti anche meglio disposti: «Se io avessi una figlia, la prima parola che le insegnerei non è “Mamma” ma “Vaffanculo”». Questa era Marjane Satrapi. E ci manca già, in un mondo dove la libertà costa cara.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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