Padre e figlia sul bordo del lago. “Regina”, quando la rimozione è un fatto di famiglia

In sala dal 27 maggio (per Adler Entertainment) “Regina” esordio di Alessandro Grande, presentato al Torinofilmfest 2020 come unico italiano del concorso. Ispirandosi molto liberamente al libro di Massimo Recalcati, “Il complesso di Telemaco” è un film sulla rimozione, o sul tentativo di rimozione ancor prima che sul rapporto padre figlia. Tema che in alcuni momenti sembra prendere il sopravvento, finendo col rubare un po’ di profondità ai personaggi e alle loro vicende …

Film sulla rimozione, o sul tentativo di rimozione ancor prima che sul rapporto padre figlia. Regina, primo lungometraggio di Alessandro Grande, unico italiano in concorso al TFF 38, si volge in un entroterra calabrese dall’aspetto vitreo, dominato dalla lucentezza del lago davanti a cui Regina e suo padre vivono.

Ma esattamente come la luce del lago è circondata dalla densità oscura dei boschi, il rapporto tra padre e figlia, in apparenza fortissimo e prezioso, e reso ancora più esclusivo dalla scomparsa prematura della madre, verrà messo a durissima prova da un avvenimento tragico che cambierà il corso delle loro vite.

Forse ancora più della drammaticità dell’accaduto, a disturbare Regina, è la reazione del padre. Che tenta, senza averne i mezzi, di rimuovere la propria responsabilità, e che prova ad autoassolversi proiettando ancora una volta i propri limiti e le proprie aspirazioni sulla figlia appena quindicenne.

Sono entrambi musicisti, il padre e la figlia interpretati da Francesco Montanari e da una bravissima Ginevra Francesconi. E si capisce perfettamente come oltre all’amore per la musica, il padre di Regina riversi su di lei le proprie aspirazioni e i propri sogni, tentando di risarcire se stesso delle occasioni mancate attraverso la carriera della figlia, quella carriera che la paternità gli ha impedito di tentare a sua volta. Naturalmente, tanto le aspirazioni quanto le motivazioni, taciute o mal espresse, rappresentano già le avvisaglie di quelle crepe strutturali che verranno poi spalancata dal dramma in agguato.

Ispirandosi molto liberamente al libro di Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco, Alessandro Grande, con l’aiuto in fase di sceneggiatura di Mariano Di Nardo, costruisce una storia in cui la giovane protagonista è chiamata alla più brusca e orribile delle scoperte: che dietro all’amore, e alla complicità, si possono nascondere le peggiori motivazioni.

E che anche un rapporto in apparenza forte e sano come quello che la lega a suo padre, rischia di farli diventare identici a quel contesto sociale in cui lei si era sempre sentita aliena. Come se la diversità potesse funzionare soltanto nei momenti di pace. Una pace illusoria e temporanea che viene subito tradita appena il vento cambia.

Purtroppo in alcuni momenti si ha l’impressione che il tema stesso del film prenda il sopravvento, quasi fosse un carico troppo pesante e ingombrante, che finisce col rubare un po’ di profondità ai personaggi e alle loro vicende. Un po’ come quando si tiene talmente tanto a rendere chiaro un concetto che, dimenticandoci di donargli tutti i dettagli in apparenza meno importanti – in questo caso i personaggi secondari – finiamo inavvertitamente per deformarlo, rendendolo meno credibile. Resta comunque un ritratto onesto e in alcuni tratti toccante, caratterizzato dalla bella prova della giovane protagonista.