Pensionati alla riscossa. Gianni Di Gregorio ricomincia da tre (su RaiPlay)

Da giovedì 18 giugno su RaiPlay, “Lontano Lontano” l’ultimo film Gianni Di Gregorio che folgorò tutti col suo debutto nella regia: “Pranzo di Ferragosto” del 2008. Dopo un paio di film meno riusciti torna a quel suo umorismo molto speciale, tra il maliconico e il sornione per raccontare la nuova utopia della terza età, parallela e simmetrica alla “grande fuga” dei giovani: cercare all’estero una Patria dove le magre pensioni di qui consentano di campare con più dignità. E c’è anche l’ultima straordinaria interpretazione di Ennio Fantastichini

Me lo ricordo bene, quel settembre del 2008, quando le quattro esplosive “ragazze” di Pranzo di Ferragosto sbarcarono alla Mostra di Venezia per accompagnare Gianni Di Gregorio, esordiente freschissimo in barba alle sue quasi sessanta candeline: Leone del Futuro a Venezia, e a ruota tutti i premi per l’opera prima che il medagliere italiano contempla. Quel film è rimasto nel cuore di tutti.

Dopo un paio di film meno riusciti, Lontano Lontano, ugualmente scritto, diretto e interpretato da Gianni Di Gregorio, riannoda i fili con Pranzo di Ferragosto e con quell’umorismo speciale, tra il maliconico e il sornione, che ti aiuta a sorridere della vita com’è, con le sue incongruità. È su RaiPlay, ed è l’ultima occasione per godersi uno straordinario Ennio Fantastichini, in effervescente terzetto con Di Gregorio e Giorgio Colangeli.

All’anteprima del Torino Film Festival, qualche mese fa, le risate a scena aperta si sono sprecate. È utile sapere che i francesi di “Le Pacte”sono entrati eccezionalmente come coproduttori insieme alla BIBI Film di Barbagallo e a RaiCinema? Credo di sì. Sono poche le nostre commedie che nascono con un futuro di esportazione già in tasca. Per coerenza con il low profile del regista, la canzone di Luigi Tenco è omaggiata solo nel titolo, non serve di traino al film.

Lontano lontano fa i conti con la nuova utopia della terza età, parallela e simmetrica alla “grande fuga” dei giovani: cercare all’estero una Patria dove le magre pensioni di qui consentano di campare con più dignità. Tra i settantenni italiani – quelli normali, non i Paperoni – oggi praticamente non si parla d’altro.

È il progetto che mette insieme tre pensionati romani diversamente sfigati: il Professore, ex insegnante di Latino (Gianni Di Gregorio), Giorgetto, che si arrabatta con “la minima” (Giorgio Colangeli) e il robivecchi ex fricchettone Attilio (Ennio Fantastichini, nel suo ultimo ruolo, che sembra cucito su di lui).

Non è un film di viaggio, ma di preparativi esilaranti. C’è la stessa Trastevere sfiancata dal solleone di Pranzo di Ferragosto, il bicchiere di bianco al bar, la comicità (in)volontaria delle peripezie burocratiche, delle attese all’ufficio postale, del gratta e vinci, che ogni vecchietto italiano conosce a menadito. C’è un terzetto in stato di grazia che irradia ingenuità, tenerezza, umana simpatia.

Appartengono, i tre, a quegli invisibili delle grandi città che naturalmente – non ideologicamente, è importante! – solidarizzano con gli altri emarginati arrivati dall’Africa, parte integrante della Metropoli al pari di loro. Giorgetto, che da tre anni non paga l’affitto, presta le chiavi di casa al giovane Abu, che viene dal Mali e ogni tanto deve pur farsi una doccia.

Grazie alla dotta consulenza di Roberto Herlitzka, tra un grappino e l’altro, il terzetto sceglie una meta mitologica, le Azzorre, e si procura perfino una lezione di portoghese, che finisce in grigliata. Ognuno in realtà, all’insaputa degli altri, è a caccia di buone ragioni per non partire.

Mi fa particolarmente piacere ricordare che a incoraggiare Di Gregorio su questo tema e su questa strada è stato Matteo Garrone, l’uomo che tanti anni fa scommise sul suo debutto tardivo in prima persona nella regia. Le dead-line della creatività esistono solo nella testa dei rottamatori.

Coerentemente, Giorgetto, Attilio e il Professore la loro fuga “lontano lontano” finiranno per regalarla a qualcun altro (che non rivelo), ma in qualche modo sono ripartiti comunque. Ricominciando da tre, un po’ come Troisi.

fonte Huffington Post