Quel ramo del lago di Como dove passeggia il serial killer. Donato Carrisi torna al cinema tra i sacchi della spazzatura

In sala dal 27 ottobre (conVision Distribution e Palomar), Io sono l’abisso terza regia del gettonatissimo giallista Donato Carrisi e nuovamente alle prese con l’adattamento di un suo titolo, dopo “L’uomo del labirinto” e “La ragazza della nebbia“. Qui siamo sul celebre ramo del lago di Como dove si aggira un serial killer nei panni di un accurato spazzino che sceglie le sue vittime in base alla spazzatura che lasciano. Non è spoiler, ma solo l’inizio del film che cercherà di svelare “abisso” del titolo …

Difficile prevedere se la trovata di tenere nascosti i nomi dei protagonisti e degli attori persino nelle locandine e almeno sino ai titoli di coda, secondo la dichiarata intenzione del regista di accrescere la suspence e l’empatia tra il pubblico e il film, riuscirà a raggiungere il suo scopo, che ovviamente è quello di attirare più spettatori alla visione di Io sono l’abisso (produzione Palomar e Vision Distribution).

Resta un forte dubbio, anche perché se qualcuno fosse davvero interessato a conoscere in anticipo i nomi degli attori non avrà difficoltà a trovare su Internet i componenti del cast.

Il film, nelle sale dal 27 ottobre, è scritto e diretto da Donato Carrisi, che è anche autore dell’omonimo libro da cui è tratto (Longanesi 2020).

Per compiacere una strana attrazione del giallo italiano per l’ambientazione lacustre – forse perché il lago evoca misteri e tensioni inconfessate sotto la calma apparente selle sue acque – questa volta siamo in uno dei due famosissimi rami del lago di Como, forse proprio quello che volge a mezzogiorno dato che nei credits finali (e sempre rispettando l’anonimato) insieme a Bellagio viene menzionata la città di Lecco.

Un operatore ecologico – l’uomo che pulisce – è intento a raccogliere e selezionare con criteri del tutto personali la spazzatura lasciata fuori nei giorni stabiliti dai cancelli delle ricche ville del lungolago. L’uomo si rivelerà ben presto un serial killer con un debole per le prostitute e un passato che ricorda quello di Norman Bates a causa di un conflitto edipico non del tutto risolto.

Sulle sue tracce si pongono non tanto la polizia e i carabinieri come sarebbe d’uopo, ma la madre di una bambina uccisa in modo violento – la cacciatrice di mosche – che fino a una rivelazione tardiva si sospetta avere qualche conto in sospeso col serial killer, essendoci di mezzo rimandi alla pedofilia, alla violenza domestica e alla più recente piaga del revenge porn.

Insomma, di tutto di più. Forse la carne al fuoco è un tantino in eccesso per una sceneggiatura che fatica a trovare i nodi da sciogliere e a concentrarsi su una sola di queste brillanti deviazioni criminali, che già di suo offrirebbe materia d’indagine e basterebbe a creare la giusta dose di angoscia.

Non si possono fare i nomi, ma nell’operazione emergono due vincitori del David di Donatello, l’intensa e dolente cacciatrice di mosche che di recente si è misurata anche con la regia, e l’uomo che pulisce (e sente le voci), la cui carica umana e capacità recitativa si intuiscono sotto una maschera assai elaborata che gli deforma i connotati.

Oltre ai truccatori, quindi, lode ai rumoristi che hanno lavorato con grande impegno alla parte sonora che accompagna le scene più importanti del film. Quella sì che è davvero degna di nota, ed è forse il solo connotato che tocca il profondo dell’animo e lascia un qualche segno dietro di sé.