Quell’anarchico di Arsène Lupin. Il ritorno (in libreria e su Netflix) del ladro gentiluomo di Leblanc

Da anarchico (ispirato ad Alexandre Marius Jacob, realmente esistito) a borghese quasi reazionario. Nascita, successo e trasformazioni di Arsène Lupin,  il ladro gentiluomo nato dalla penna dello scrittore francese Maurice Leblanc, diventato il protagonista di una delle più straordinarie saghe della letteratura “popolare” del secolo scorso. Ora tornato in libreria (con l’editore Passigli) e su Netflix in versione black (lives matter) con Omar Sy protagonista …

 

È ancora oggi il più grande ladro di tutti i tempi, gentiluomo per giunta, il più elegante, educato, ma anche inafferrabile ed enigmatico, nonché geniale maestro di travestimenti: Arsène Lupin nacque quasi per caso nel 1905 dalla penna del giallista francese Maurice Leblanc.

Moderno Robin Hood, almeno all’inizio, che “rubava ai ricchi per donare ai poveri”, fu protagonista fino al 1941 di ben diciotto romanzi, trentanove racconti e cinque pièces teatrali, altrettante trasposizioni cinematografiche dal 1919 al 2004 nonché fumetti e manga che lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Lupin può definirsi l’eroe di una delle più straordinarie avventure della letteratura “popolare” del secolo scorso.

Ci ha entusiasmati nelle pagine di Leblanc; si sono conosciute le sue gesta nella serie con Georges Descrières trasmessa dalla Rai nei primi anni ’70, riscuotendo un successo tale che, durante la messa in onda, Descrières ricevette numerose lettere da parte di persone che chiedevano aiuto a Lupin affinché riparasse un torto subito; lo si ricorda come il nonno dell’inafferrabile Lupin III creato dal mangaka Monkey Punch.

In modo analogo al suo corrispettivo – e in qualche racconto, persino antagonista – britannico Sherlock Holmes, quella di Arsène Lupin è una figura che ci accompagna da sempre, nelle sue diverse forme: una delle novelle, Arsène Lupin contro Sherlock Holmes: la Dame blonde (1908), vede i due personaggi scontrarsi a colpi d’ingegno e astuzie varie.

Ha provveduto di recente a farci riassaporare la genialità del principe dei ladri l’editore Passigli con il volume antologico Tre avventure di Arsène Lupin (128 pp., 10 euro, a cura di M. Ferrara): i racconti Il sette di cuori, Il segno dell’ombra, La sciarpa di seta rossa vengono a delineare un percorso creativo che va dalla conoscenza del personaggio alla dimostrazione del suo carattere generoso di ladro gentiluomo, alla raffigurazione del suo metodo di indagine alla Sherlock Holmes, basata sull’analisi di dettagli che ad altri inevitabilmente sfuggirebbero. Ma se il primo, pur senza mai ricorrere a violenze e soprusi, fa comunque il gioco dei “cattivi”, il secondo si adopera e combatte per rendere giustizia ai “buoni” e agli oppressi.

Rivisitati in chiave contemporanea, e in libero adattamento, i romanzi originali approdano ora su Netflix l’8 gennaio, in coproduzione con Gaumont Television. Ne è protagonista il più celebre divo francese di colore, Omar Sy, nei panni di Assane Diop, moderno Lupin, la cui vita, da adolescente, è stata sconvolta dalla morte del padre accusato di un crimine che non aveva commesso. E che 25 anni dopo cercherà di vendicare ispirandosi alle gesta di Lupin, con cui condivide la medesima eleganza.

La prima parte, Dans l’ombre d’Arsène, sarà composta di cinque episodi. Nella cittadina di Étretat, nel nord della Normandia – regione natia di Leblanc teatro di non poche sue avventure, fra cui L’Aiguille creuse (1908) in cui rivendica l’eredità dei re di Francia – sono state girate alcune delle scene della serie, tra le sgommate nel Parking du Perrey, le passeggiate sul lungomare e l’hôtel du Donjon – Domaine Saint Clair, dove soggiornava il protagonista. La dimora del papà di Arsenio, Clos Arsène Lupin, Maurice Leblanc House, dimora, al numero 15 di rue Guy de Maupassant, trasformata nel 1998 in un museo, riproduce alcune delle avventure più celebri di Lupin, con alcune divertenti sorprese per il visitatore.

Se Lupin agiva anche per guadagno personale, non mancano atti di spontaneo altruismo e galanteria verso i più bisognosi, in cui Lupin interpreta per davvero il ruolo del generoso e magnanimo Robin Hood. Lo caratterizza la genialità con cui commette i suoi furti, con un immancabile senso dell’umorismo che fa sì che per lui rubare è solo un passatempo; riesce a smorzare, con continue prese in giro, le interazioni e gli scontri con gli antagonisti, le forze dell’ordine in particolare, con il capo della polizia ispettore Garimard.

E non ricorre mai a violenza ingiustificata, preferendo giocare di scaltrezza e intelligenza. Ha anche gusti raffinati, poiché deruba le sue vittime di opere d’arte che desidera soltanto per piacere personale. Viene rappresentato come un uomo di bell’aspetto e dall’abbigliamento elegante, il che lo rende popolare fra le donne. Indossa tradizionalmente un completo nero il cui mantello svolazza dopo ogni furto.

Georges Descrières nei panni di Arsène Lupin nella serie anni ’70

Le copertine dei libri di Leblanc lo rappresentano anche con un monocolo, un bastone e un cilindro: il ritratto del perfetto aristocratico della Belle Époque e delle Années folles. Al centro del suo universo si trova la borghesia di inizio ‘900, che vede il diffondersi dell’usanza delle seconde case, degli spostamenti in automobile, di una società che si apre ai consumi più diversi.

Maurice Leblanc (1864 – 1941), inventore del nostro furfante in frac, incarna il protagonista dell’epoca, divenuto scrittore e dopo aver riscosso un discreto successo a dispetto delle aspirazioni del padre industriale del carbone che lo avrebbe voluto dirigente nella sua azienda, si vide commissionare nel 1905 da Pierre Lafitte – direttore del periodico appena lanciato, Je sais tout – un racconto poliziesco: apparve così, L’arresto di Arsène Lupin.

Per alcuni, fonte di ispirazione di Leblanc per la creazione dell’inafferrabile Arsène Lupin è un appassionante e mitico personaggio realmente esistito: l’anarchico francese Alexandre Marius Jacob (1879 – 1954), non aristocratico anche se ne aveva i modi, che rubava ai nobili, agli aristocratici e ai prelati, “parassiti della società” per finanziare il movimento a cui apparteneva; scelse di non farsi sfruttare da padroni senza scrupoli e i lavori manuali che svolse gli risultarono utilissimi per gli scassinamenti in cui si distinse, tanto che le nuove tecniche da lui ideate nel mestiere del furto contarono poi molti seguaci. Esperto nell’arte della recitazione e del travestimento, con le esercitazioni pratiche su ogni tipo di cassaforte, l’utilizzo di attrezzature estremamente sofisticate, l’impiego di rospi come “pali” poiché aveva notato che questi anfibi smettono di gracchiare quando si avvicina un estraneo.

La Banda Marius, come la chiamarono per tutto il ‘900 e composta di geniali espropriatori, arrivò a contare più di 500 uomini, mise a segno in una quindicina d’anni di “carriera” circa 3000 furti; i proventi venivano destinati un fondo per aiutare le persone e le famiglie in difficoltà degli strati più poveri della popolazione e finanziare i circoli anarchici, e l’autore del “colpo” poteva trattenere per sé non più del dieci per cento del bottino, pena esclusione dalla banda.

Solito lasciare messaggi sarcastici sulla scena del reato, firmandoli con lo pseudonimo Attila, Jacob mise a segno anche mirabolanti e acrobatiche evasioni – non senza la complicità di qualche infermiere anarchico – dalle diverse carceri in cui fu rinchiuso dopo avere sempre affrontato la giustizia con discorsi che rispecchiavano la sua natura. Pur restando fedele all’ideologia anarchica, e quindi partecipando alle attività del giornale Le Libertaire, rinunciò al furto per dedicarsi all’attività di venditore ambulante a Reuilly, nella valle della Loira. Si tolse la vita prima di perdere le forze, e per congedarsi dal mondo scrisse ai suoi amici “Vi lascio due litri di vino rosato. Brindate alla vostra salute”.

Nonostante l’editore Eleuthera nel 2011, alla pubblicazione di Io non sono un ladro. Marius Jacob, o della libertà, abbia sostenuto che “Arsenio Lupin non è Marius Jacob”, lo scrittore Leblanc, invece, non si è mai pronunciato sulla questione. Preferendo piuttosto sottolineare come il successo riscosso dal suo ladro gentiluomo lo abbia quasi “perseguitato”: “Sono prigioniero di Arsène Lupin – affermò non senza fastidio – mi segue ovunque, è la mia ombra, io sono la sua ombra”.

La sua creatura, del resto, negli anni andò via via seguendo il percorso intellettuale del suo inventore: scomparse le simpatie anarcoidi dei primi romanzi, nel corso della Grande guerra divenne convinto patriota e “tornò in servizio” per farsi investigatore, pur commettendo en passant qualche furtarello.

Divenne insomma un “borghese” e non pensò più a rubare. In conclusione di Les dents du tigre (1914), si ritirò in campagna per dedicarsi alla cura delle sue piante e a godersi le ricchezze accumulate. In L’éclat d’obus (1915) e in Triangle d’or (1917) esprime opinioni spesso “reazionarie”, e dopo la guerra “il mio buonuomo si fece quasi onesto, affabile, molto borghese; acquisisce il gusto per la proprietà e la polizia non doveva più a occuparsi di lui” ammise nel 1932 lo stesso Leblanc. A riprova della trasformazione del suo popolarissimo Arsène, dalla fama comunque inalterata.

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