Raffa, Celentano & Co. Il karaoke di Emanuele Crialese stona alla Mostra e arriva in sala

In sala dal 15 settembre ( per Warner Bros Italia) “L’immensità” di Emanuele Crialese passato in concorso a Venezia 79. Dieci anni e oltre di attesa per una storia autobiografica. Quella di Andri una bambina nell’Italia dei Settanta che sogna di essere maschio. Accanto a lei una famiglia in crisi con Penélope Cruz nei panni della mamma. Un film dalla lunga gestazione che resta, però, un’occasione mancata …

Raccontarsi sinceramente è tra le cose più complesse che si possano fare e il cinema non fa eccezione. L’autofinzione nasconde trappole, sia nella forma del film che nell’emotività di ciascuno. Se le si riesce a evitare, si può anche trovare la via del capolavoro, come insegna Fellini. Ma è tutt’altro che scontato.

Emanuele Crialese ha scelto di incamminarsi su questo tragitto difficile per il suo ritorno al Lido, oltre dieci anni dopo il bel Terraferma, che gli valse il Gran Premio della giuria nel 2011. Il suo L’immensità è uno dei cinque italiani in concorso, l’ha definito una storia di famiglia, ma è anche e soprattutto la sua, di storia.

Dolorosa, come lo sono tutte le storie di chi non sa riconoscersi nel proprio corpo. In Adri, la bambina a cui la famiglia tronca il nome forse proprio per renderlo ibrido, maschile e femminile, c’è l’esperienza del regista stesso. Vorrebbe che il suo nome fosse Andrea, lo chiede alla famiglia, alla dottoressa durante una visita, ma senza successo. Lo chiede anche alla madre, Penélope Cruz, intensa forse oltre il necessario, l’unica che sembra ascoltare, sebbene non ceda mai alla richiesta.

Il rapporto tra la madre e i figli, che sono tre, dovrebbe essere il perno di tutta la vicenda. Non riesce però mai a suscitare la tenerezza che vorrebbe, né ad amalgamarsi con il resto della storia. L’immensità sembra non decidersi mai su chi sia il protagonista, si perde tra il racconto di una disforia di genere e quella di un matrimonio fallito, con tutto l’ovvio pendant: botte, tradimenti, urla e pianti, addirittura incendi.

Dirigere i bambini, o comunque sia dei ragazzi, è sempre stato il banco di prova di qualsiasi regista. Leggenda vuole che Kurosawa andò da Kiarostami per chiedergli proprio quale fosse il suo segreto nel far recitare i più piccoli. Nel film di Crialese sono i tre figli i veri protagonisti, ma la necessità di focalizzarsi su altri versanti della trama ha forse portato a un’attenzione minore per la recitazione dei tre giovani interpreti. Spesso risultano incerti e il film ne esce inevitabilmente indebolito.

Per dar respiro (che era oltretutto il titolo di un suo bel film), il regista usa la musica. Anche in questo caso, su tutte spicca una scelta forse prevedibile: Raffaella Carrà, il simbolo della comunità LGBT+. Crialese usa pezzi del repertorio storico italiano prima di tutto per calare il racconto nella sua epoca, gli anni ’70, che altrimenti non verrebbero mai fuori, se non desunti dall’abbigliamento, dalla tappezzeria e dal dècor. Il film dimentica per strada qualsiasi evento storico, come se non esistesse un mondo al di fuori dell’universo sconquassato che è la famiglia protagonista.

Sulle notte di Rumore, madre e figli apparecchiano la tavola. Si ha quasi l’impressione che Crialese sia tentato dal musical, ma poi l’abbandona. Cantanti di successo sono le voci a cui si affida Andrea per esprimere se stesso e immaginare la madre serena. Altri momenti musicali e coreografici tirano in ballo pezzi indimenticabili come Prisencolinensinainciusol Grazie amore mio, senza però arrivare mai a essere qualcosa di più di semplici parentesi sgraziate.

Non ci sono dubbi che L’immensità affronti un tema importante, per il suo regista e per chiunque. Tuttavia manca il suo obiettivo, non trova le idee necessarie per guadagnare sicurezza e trasportare il pubblico, né riesce a smarcarsi dai rischi che il suo soggetto comportava. Pur apprezzando il tentativo e comprendendo le difficoltà emotive che deve aver generato, il film resta un’occasione mancata.