Ritratto di provincia in nero. Valeria Golino (come non l’avete mai vista) è “La Gioia” delle Giornate

Passato alle Giornate degli Autori di Venezia 82, “La Gioia” di Michelangelo Gelormini ispirato alla pièce “Se non sporca il mio pavimento” di Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori, nata a sua volta da un fatto di cronaca nera: l’omicidio di Gioia Robloch. Un caso emblematico che racconta tante storture del nostro presente, soprattutto le conseguenze mostruose delle disuguaglianze economiche…

 

Ha scelto una strana inversione, Nicolangelo Gelormini, per l’inizio e la fine del suo secondo lungometraggio, La gioia, tra i primi titoli proiettati alle Giornate degli Autori del 2025. Apre il sipario con un montaggio serratissimo, lo chiude con un rallenti subacqueo. Tutto il contrario della vita della sua protagonista, Gioia per l’appunto, piatta e monotona all’inizio e improvvisamente frenetica verso la fine.

Il film nasce da una pièce di Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori, presentata al Romaeuropa Festival 2017, adattata in sceneggiatura da Scarpinato stesso assieme a Benedetta Mori e Chiara Tripaldi e presentata al Premio Solinas, da cui è uscita vincitrice (ex aequo) nel 2021. Il seme, però, è un fatto di cronaca del torinese, il delitto Robloch, tragico omicidio di una professoressa di liceo ad opera di un suo studente, per certi versi non solo drammatico, ma anche esemplare delle derive del nostro presente.

C’è la provincia, torinese in questo caso ma intesa in un senso più ampio, come della parte periferica di una società nazionale. C’è l’ossessione dei soldi per chi soldi non ne ha ed è costretto a coltivare un cinismo al limite del mostruoso. E c’è, malattia più dolorosa di tutte, la consapevolezza di ciascuno dei personaggi di essere solo e di dover individualmente mettere assieme i cocci della propria esistenza, nel modo che più ritiene suo.

Valeria Golino, protagonista volutamente imbruttita e molto somigliante alla vittima (ma il mimetismo non giova), cerca il suo angolo di pace tra le partite della Juventus e le pagine di Flaubert. Saul Nanni, il Tancredi de Il Gattopardo Netflix, mefistofelico studente pronto a irretirla, la felicità la identifica coi palazzoni di Monaco e i soldi a palate, per i quali si prostituisce con la complicità dello zio. Sua madre, Jasmine Trinca, invece ha come unica preoccupazione non veder sfiorire il suo corpo con la vecchiaia e sostenerlo col botox.

Alla base di tutto c’è il denaro, la divisione netta e spietata tra chi ce l’ha e chi non ce l’ha. Gioia ha da parte i risparmi di una vita, il suo alunno invece ha solo debiti, ma ha imparato a usare il suo fascino per ripagarseli. Si mette così in moto il dramma, nel modo più prevedibile. I personaggi sembrano procedere a spron battuto verso il loro ruolo nell’intreccio, è raro che abbiano ripensamenti o anche solo momenti di riflessione, e in ogni caso sono appena fugaci.

Per ispirarsi alla cronaca ci vuole sempre molta attenzione. Il rischio di sembrare avvoltoi, o peggio fare delle vittime santini, è sempre dietro l’angolo. In questo, La gioia riesce a trovare il suo equilibrio perché alla vicenda in sé affianca qualcos’altro, ossia una lettura, un’idea che quel fatto parli anche di altro, così come il tentativo di inserire nel suo racconto una componente culturale.

Golino non è solo una professoressa repressa e poco attraente, è anche una donna prigioniera di una morale, quella cattolica, che non è mai riuscita a far convivere con una vita sociale perfettamente riuscita. Quando i suoi aguzzini si rivelano per quel che sono, lei riesce a opporsi solo con le frasi fatte, come una bambina. Suo contraltare è il ragazzo già adulto, ostaggio invece del culto della ricchezza.

Il titolo della pièce era emblematico: Se non sporca il mio pavimento, la risposta tagliente che in Pezzo di cuore di Heiner Müller veniva data alla domanda “Posso gettare ai suoi piedi il mio cuore?”. Il cinema, si sa, ha bisogno di formati più brevi e in questo caso l’assist perfetto potrebbe averlo fornito L’arte della gioia, di cui Golino era ideatrice e Gelormini ha diretto un episodio. Ma il titolo originale nascondeva il senso ultimo della storia, il discorso più largo per cui l’esistenza dell’altro, troppo spesso, è tollerata solo fino al punto in cui non ci infastidisce più di quanto ci rende.


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.

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