“Sacco e Vanzetti” il film che 50 anni fa aiutò a riscrivere la storia. Dalla parte delle vittime

Il 16 marzo 1971, esattamente cinquant’anni fa, “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo usciva nelle sale italiane. E a ottobre nei cinema statunitensi. Il film dedicato ai due anarchici uccisi da innocenti sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 nel penitenziario di Boston, avrebbe davvero contribuito a cambiare il corso della Storia. Con la loro “riabilitazione” avvenuta nel ’77, mentre il film diventò un manifesto mondiale contro tutte le ingiustizie. E il brano di Joan Baez la colonna sonora delle manifestazioni di quegli anni di lotte …

Albert Einstein: “Tutto dovrebbe esser fatto

per mantenere vivo il tragico caso di Sacco e Vanzetti

nella coscienza dell’umanità”.

 

23 agosto 1927: nel penitenziario di Charlestown, presso Dedham, Boston, gli emigrati italiani anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti vengono mandati a morte sulla sedia elettrica.

L’accusa, che ha trovato pronto un verdetto di colpevolezza, è quella di rapina e di duplice omicidio; di un contabile e di un sorvegliante del calzaturificio “Slater and Morrill” di South Braintree.

Sacco di professione faceva l’operaio proprio in una fabbrica di scarpe, mentre Vanzetti, dopo mille mestieri, aveva una rivendita di pesce. Erano entrambi coinvolti in modo attivo nei movimenti per la difesa del lavoro e per la libertà con gli anarchici. Convintamente anarchici, insomma.

In poche settimane il mondo intero si ribellò ad una sentenza fin troppo sbrigativa che risentiva con evidenza dei “doppi” pregiudizi nei confronti sia degli anarchici che della comunità italiana negli Stati Uniti, ritenuta, a prescindere, comunque e sempre, composta da dei “poco di buono”.

Ferdinando Nicola Sacco (Torremaggiore, Foggia, 22 aprile 1891) e Bartolomeo Vanzetti (Villafalletto, Cuneo, 11 giugno 1888), ovvero “Nick and Bart”, così come vennero adottati da una larga schiera di celebri intellettuali (tra gli altri George Bernard Shaw, Bertrand Russell, Albert Einstein, Dorothy Parker, Edna St. Vincent Millay, John Dewey, John Dos Passos, Upton Sinclair, H. G. Wells) e persone comuni che manifestarono per la loro innocenza chiedendo un nuovo processo, finirono così di vivere in quell’agosto, dopo sei anni di inchieste, un lungo processo “farsa” ed attese infinite. I loro corpi trovarono il supplizio più atroce eppoi un poco di pace.

Lo stesso Benito Mussolini, nonostante le posizioni politiche dei due, ritenendo che la condanna fosse fondata solo sul pregiudizio, indusse l’ambasciatore italiano a Washington e poi il console italiano a Boston ad operare pressioni presso le autorità degli Stati Uniti per ottenere la revisione del processo e poi la grazia per i due italiani.

Ancora, di suo pugno, Mussolini un mese prima dell’esecuzione scrisse una lettera nella quale chiedeva al Governatore del Massachusetts di salvare la vita di Sacco e Vanzetti, innocenti. Ma niente…
Manifestazioni, appelli, prese di posizione lasciarono però il segno; nel tempo la decisione di quella corte si palesò per quello che era: una macchia indelebile sull’opacità del sistema giudiziario americano, sul suo indirizzo, nei suoi sbrigativi modi di prendere posizione e di esprimere sentenze.

Questo accadde almeno fino alla “riabilitazione” avvenuta il 23 agosto 1977, esattamente 50 anni dopo l’esecuzione, quando il governatore del Massachusetts, il democratico Michael Dukakis – poi candidato alla Presidenza degli Stati Uniti – affermò in un pubblico proclama restato memorabile: “Io dichiaro che ogni stigma e ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”.

Erano gli anni ’70, e nella riabilitazione di Nick e Bart contò molto anche un film e la capacità che ebbe di saper scuotere dal fondo le coscienze, specie quelle dei giovani americani.
Un film che uscì in Italia il 16 marzo 1971.

16 marzo 1971. È il giorno dell’uscita sugli schermi di Sacco e Vanzetti, regia di Giuliano Montaldo. 50 anni fa…
Negli USA (New York) il film uscì nelle sale nell’ottobre dello stesso anno.

Già c’erano stati diversi tentativi di raccontare la storia, al teatro, al cinema, ma fu solo col film di Montaldo, in un’era di per se già molto “calda” che sapeva di movimenti giovanili e di pacifismo, che Sacco e Vanzetti ridiventarono improvvisamente figure, di nuovo, popolari nella cultura di massa. Di un colpo, i ragazzi di tutto il mondo, americani in particolare chiesero che il tempo mettesse mano a quella ingiustizia.

Ora ci ricorda nel dettaglio la genesi del film di Montaldo il bel documentario Vera & Giuliano di Fabrizio Corallo (visibile su Raiplay), che racconta la vita assieme di Giuliano Montaldo e Vera Pescarolo. Tutto nasce dalla visione di una pièce teatrale dedicata ai due anarchici che Montaldo, su suggerimento di Vera (Vera Pescarolo, moglie e compagna di lavoro) ebbe occasione di vedere a Genova, all’Italsider.

Uno spettacolo che scosse profondamente il regista genovese: si trattava di Sacco e Vanzetti di Mino Roli e Luciano Vincenzoni, allestito dalla compagnia Attori Associati con la regia di Giancarlo Sbragia. La prima romana dello spettacolo era avvenuta il 27 dicembre 1960 al teatro Parioli alla presenza della sorella di Vanzetti, Vincenzina. E tra gli interpreti c’erano già, curiosamente, Gian Maria Volonté, ma nei panni di Sacco, e Riccardo Cucciolla nella parte però di Celestino Medeiros, il vero colpevole dei fatti attribuiti ai due anarchici. Nel tempo la compagnia rimescolò un poco i ruoli, anche con nuovi attori.

Il film di Montaldo, oltre ad una davvero incalzante scrittura (per merito di Fabrizio Onofri, Giuliano Montaldo stesso ed Ottavio Jemma), si giovò in più (e si giova) dell’interpretazione magistrale e veritiera di Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla, come Vanzetti e Sacco. E della musica trascinante e partecipe di Ennio Morricone che oltre alla colonna sonora compose pure la famosa ballata di Joan Baez.

Nel film doc di Fabrizio Corallo è raccontato proprio anche il modo in cui Giuliano Montaldo, con l’aiuto decisivo di Furio Colombo, convinse la cantautrice a dare il suo contributo, contributo che risultò essenziale e “vincente”: la canzone di chiusura del film Here’s to You divenne – da subito – un inno popolare, che invitava alla memoria, alla giustizia, alla partecipazione popolare e fu cantata in centinaia di cortei giovanili.

In tanti sguardi, in tante facce, in tanti ricordi dei partecipanti a quei cortei c’erano riverberi vividi della musica, delle immagini ed anche dei dialoghi del film. Ne riportiamo uno, particolarmente intenso:
Giudice Webster Thayer: “Bartolomeo Vanzetti, avete qualcosa da dire prima che la condanna a morte sia resa esecutiva?”
Bartolomeo Vanzetti: “… sto soffrendo e pagando perché sono anarchico…. e me sun anarchic! Perché sono italiano… e io sono italiano. Ma sono così convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e io per due volte potessi rinascere, rivivrei per fare esattamente le stesse cose che ho fatto…” .